venerdì 21 luglio 2017

Wanted: donne pericolose


Figura al limite che sfugge a descrizioni precise, la donna ribelle è stata personaggio costante nella letteratura mondiale come la donna che spende: talvolta combatte per i propri diritti, altre volte addirittura crudele o cattivo esempio.

Simbolo della ribellione come forma di riscatto è sicuramente Hester Prynne che ne “La lettera scarlatta” in un contesto sicuramente difficile sfugge ai condizionamenti sociali pur portando la propria colpa ricamata sul petto.

Hester non solo affronta ma addirittura abbellisce con dei vezzi dorati la propria “A” come fosse un distintivo d’onore, col coraggio di chi ammette le proprie colpe anziché nascondersi dietro un velo di correttissima ipocrisia.

Già prima di lei però una donna aveva sfidato la società: Medea, con la forza e la crudele disperazione di una donna sola e senza più niente da perdere si ribella attraverso l’orribile assassinio dei suoi propri figli e sacrifica ciò che ha di più caro in nome di un’ideale che già testimonia come stia stretto alla donna il ruolo di oggetto utile e insensibile.

Sulla sua falsariga diversi secoli dopo un’Anna Karenina esasperata soccombe, dopo una strenua lotta, al destino che la società e l’autore hanno scelto per lei e solo così riacquista rispetto da parte di essi, dopo essere stata additata per lunghi capitoli come cattivo esempio, madre degenere che abbandona il proprio figlio pur di vivere per il piacere.


Lungo questa linea di letteratura al maschile bisognerà attendere una donna perché riconosca alla propria eroina la libertà che le spetta.  Si affaccia allora alla carta la piccola Jane Eyre la quale però ha un’attenuante. È sola al mondo, brutta e povera e tutto ciò che la società pretende da lei è il minor disturbo possibile.

Jane si ribella anche a questa sorte e (con gioia delle sue lettrici) sovverte le regole del romanzo e si mette al centro della narrazione al posto della solita bella fanciulla.

Libertà meritata anche a prezzo di grandi sofferenze. L’indipendenza va conquistata e la lotta non è semplice.

Già Angelica lo aveva capito e anche se a tratti un po’ macchietta di fanciulla sfuggente, con la sua fuga dai cavalieri di Carlo Magno dà voce a alle donne normali che, al contrario di quelle eroine affascinanti ma poco credibili che combattono al fianco degli uomini, non hanno speranze di libertà.

Bisognerà attendere il ‘900 perché il sipario si apra su donne davvero libere, americane affascinanti a metà fra tradizione e modernità che pure vanno incontro a un finale duro, quasi una punizione per le loro pretese.


Isabel Archer finisce in quel capestro che per prima aveva messo in ridicolo posando il piede sul suolo europeo e da cui avrebbe potuto salvarsi, forse, se non avesse tanto contrastato il demone del matrimonio.

Quella sua fuga verso la libertà la induce nell’errore di credere che il matrimonio rappresenti un male senza accorgersi che alcune unioni rappresentano la reale libertà di esprimersi completamente, indipendentemente da chi si ha accanto.

C’è infine una moderna suffragetta del pensiero libero vittima della stessa tecnologia che tenta di contrastare: Clarisse di Fahrenheit 451 attira di sé l’ira di un intero sistema mondiale e non di un singolo gruppo sociale ma preferisce ignorare questa ostilità. Forma anche questa di combattimento, simbolo anche lei di ribellione, donna pericolosa perché come le altre capace di pensare con la propria testa, esempio, nel bene e nel male, per gente che oggi ha paura di ragionare da sé.

                                      

mercoledì 21 giugno 2017

Madame Berèl

In città è arrivata la fiera: ci sono baracchini di caramelle, giocolieri e imbonitori e al centro della piazza principale, imponente e illuminata da fiaccole, c’ è un grande tendone rosso da cui si effondono aromi orientali.
È lì che si si dirigono i signori Molletta: lei ansiosa, eccitata e colma di aspettative chiacchiera in continuazione, lui invece si esprime a grugniti. Spera davvero che nessuno veda quello che sta per fare. Con quale dignità potrebbe ripresentarsi al club? E poi, lui voleva vedere lo spettacolo del mangiafuoco.
Sospingendolo appena, la signora Molletta lo convince a entrare nella tenda. 




Il tessuto pesante e i grandi tappeti orientali soffocano il rumore dei passi e delle voci esterne.
La tenda è ingombra di oggetti bizzarri e le luci soffuse delle candele fanno brillare statuette e soprammobili in metallo.



- mmmr... fa caldo - borbotta il signor Molletta, mentre la moglie gli fa cenno di sedersi.


Facile per lei, con il suo vestitino di seta leggera. Lui invece, tutto di velluto... quando smetterà di fidarsi dei barometri?
E poi, si sente a disagio: tra gli altri, è membro onorario del club degli scettici cartesiani di San Tommaso. La signora Molletta, invece, affetta una certa credulità: la ritiene una cosa femminile e molto chic, come i romanzi rosa, le gale, la parola “Cuccuma” e le tendine a quadretti.
L’aria calda e i profumi intensi cullano il signor Molletta che comincia ad addormentarsi. Sta per confessare ala signora Molletta che quella tenda somiglia stranamente a una bottega d’oppio quando un pesante drappo di tela si scosta con un tintinnio di campanellini e dall’oscurità emerge la maga.


È una molletta di età indefinibile ma ancora giovane, alta e sottile, vestita all’orientale di tela verde trapunta di stelle, un turbante con una lunga piuma spennacchiata e due grossi cerchi d’oro alle orecchie.
Parla sottovoce e allunga innaturalmente le vocali, per darsi un tono.
- Buonaseraaah - sospira - Io sono Bereeel -

La signora Molletta strilla e applaude: metà del numero e già riuscito. Non c’è niente da fare; solo per vederla tutta rossa ed eccitata come una bambina il signor Molletta si farebbe cacciare a pedate da dieci club degli scettici.
Con un inchino che fa inclinare pericolosamente il suo turbante, madame Berel continua - Iooo… leggo… leggo il presente… il passato.. il futuro… i fondi del tè e del caffè… -
- Cioccolato, minestrone e vin brûlé… -
- Sssst!- la signora Molletta lo fulmina con lo sguardo.
La maga sembra non avvedersene e si lascia cadere sulla poltrona, come sfinita, ma da quel momento si rivolge ostentatamente solo alla signora, anche per ringraziarla della monetina nuova – le maghe possono accettare solo monete d’oro nuove di zecca – che il signor Molletta ha estratto dalla tasca dei calzoni.


- Vengo per voi dal passato remoto… viaggio per voi nel futuro anterioreeeh… -
Una battutaccia del signore Molletta sul congiuntivo trapassato viene prontamente bloccata dalla signora Molletta.
- Fa’ la tua domanda, bella signora… -
La signora Molletta ci pensa un po’ su. Ai maghi bisogna fare le domande giuste, altrimenti non sanno rispondere.
- Uhm… sì, ecco. Mi ama il signor Molletta? -
La maga scruta il signor Molletta con invincibile antipatia
 - Mah, sì, abbastanz... cioè… uhm..vedoooh… un matrimonio… eri bellissima mia cara -
- Lo so, lo so - annuisce compiaciuta la signora Molletta.
- Nuvoleeeh… -
- C’era il so… - il signor Molletta inghiotte l’ultima sillaba e distoglie lo sguardo dagli occhi furibondi della moglie e della maga.

- Ma c’era il sole. Avrebbe potuto piovere, ma era una bella giornata -
- Sì, sì, proprio vero -
- Scegli quattro carte, bella signora -
La maga fissa i tarocchi dorati estratti dal mazzo con aria afflitta, sospirando di tanto in tanto con fare tetro - Aaaah, sì… è proprio cosììì… qui c’è il molletto con la mazza da golf.. indica i fallimenti... la molletta sul carro… la morte… la molletta col carlino… il tradimento. E infine la molletta senza scarpe, la sofferenza. Sì,  - continua amareggiata - Lo attende una vita lunga e prospera. Ma attento ai malanni di stagione - conclude facendo tintinnare tutti i suoi gioielli.
- Lo scorso inverno hai preso il raffreddore ben due volte - sussurra la signora Molletta. Il signor Molletta annuisce silenziosamente.


Un ventino d’oro zecchino speso per cose che avrebbe potuto dirsi da solo. È proprio vero: ci vuol dell’arte per convincere la gente a buttare così il proprio denaro…

Ma che succede? La tenda di tela trema appena, gli oggetti accatastati intorno ruzzolano in giro. La signora Molletta strilla: qualcosa le ha sfiorato le gambe.
- Silenzio! - impone la maga - è lo spirito, venuto a farci visita -
Il signor Molletta si guarda intorno interdetto e un po’ confuso, poi sobbalza spaventato. Dall’ombra si è levato un poderoso “Miao!”


Spirito, un grosso gatto color senape dal muso arrabbiato li guarda con aria di disapprovazione. La signora Molletta non fa che ridere: coprendosi la bocca con entrambe le mani, guarda il signor Molletta con gli occhi scintillanti, poi uscendo dalla tenda, saluta pomposamente il gatto
 - Aaarrivedeeerciiii, Spiiiriiitooooo -





domenica 21 maggio 2017

Sulla televisizzazione del romanzo


In un recente progetto per il blog di Serenella, ho usato il termine “Volgare” per definire i romanzi di King. Ebbene, mi cospargo il capo di cenere e domando perdono. Ribadisco: non intendevo propriamente “Volgari” ma (sì, anche stavolta con tragico ritardo ho trovato un aggettivo appropriato anche se non esattamente calzante) “Forti”.
Lo confesso: ho uno stomaco troppo delicato per certi particolari: insistere su dettagli sanguinolenti e alito cattivo dei personaggi (come capita in Misery, la mia prima lettura di King) è il mezzo più sicuro per farmi diventare verde per la nausea.
In realtà è una vera seccatura, perché spesso romanzi davvero interessanti vengono da me ignorati o detestati proprio per questa caratteristica e sin dai tempi della scuola il mio eccesso di “Impressionabilità” è stato oggetto di critiche.
Decisamente, il realismo non fa per me: preferisco le atmosfere ovattate, i non detti, i sottointesi (credetemi, spesso un buon sottointeso può essere ben più disturbante di una scena cruda: non c’è niente di più scatenato di una fantasia paurosa persa a immaginare dettagli orribili).
Eppure, sembra che in generale il pubblico apprezzi il realismo esasperato.
Ciò mi ha dato da pensare riguardo a un libriccino che ho letto un po’ di tempo fa: “Cattiva maestra televisione” è un’analisi breve dell’influenza che ha la tv sullo spettatore, specie su quello nell’età della formazione.
La mole di violenza “Banalizzata” che passa in tv tende a desendibilizzare il pubblico. Non avevo mai notato (sintomo di desensibilizzazione anche questo) come anche cartoni animati innocui banalizzino la violenza fino a farne uno spettacolo quotidiano.
Agli occhi di un bambino, sostiene il libro, il messaggio di una semplice puntata di “Tom e Jerry” è semplice: dar fuoco al gatto, batterlo con la scopa, sono azioni lecite e divertenti, prive di conseguenze. Ma se quel gatto fosse vero?
Sin dalla più tenera età i bambini vengono desensibilizzati, per gradi, alla violenza. Quando il piccolo spettatore sarà in grado di discernere tra Tom e un gatto vero, il processo sarà già avviato. Senza un’ adeguata cultura dello spettacolo (il concetto non è censurare “Tom e Jerry” ma formare nel piccolo spettatore una capacità critica che gli consenta di distinguere il vero dallo spettacolo: in fin dei conti, a seguito di gravi traumi, Tom se la cava sempre con blande fasciature che spariscono nell’inquadratura seguente) il ragazzino passerà a spettacoli sempre più violenti, ignaro della spirale discendente in cui si è cacciato.
Leggendo questa analisi, mi è venuto in mente un episodio personale, quando a scuola mi sono rifiutata di vedere un film violento. Il trailer mi era stato sufficiente. Eppure le battutine che ho dovuto tollerare a causa della mia diserzione mi hanno fatto sentire molto stupida. Mi sono chiesta: ma sono la sola a non tollerare questo genere di spettacoli?
Avete mai visto un film degli anni ’50? Il modo assurdo in cui gli attori muoiono con un “AH!” e cadendo dritti per terra? Tanto bastava a uno spettatore dell’epoca per capire, forse anche per restare impressionato: c’era della morte, della sofferenza, non era necessario aggiungere particolari.
Lo spettatore di oggi, invece, resta indifferente davanti a vittime mutilate che si dibattono in pozze di sangue.
Ecco, non so come, ma io ho conservato tutta la mia impressionabilità a questo genere di scene (mi è costato un po’ anche scriverne, figuriamoci).
Attenzione, non colpevolizzo chi ha una buona dose di coraggio per sopportare questi spettacoli: ognuno di noi esorcizza a suo modo le proprie paure.
Quel che intendo è porre l’accento sul mutamento che hanno subito il gusto e la sensibilità dello spettatore.
Così è anche per i libri: salvo rare eccezioni, dai libri classici a oggi si nota un consistente aumento di aggressività, realismo, direi quasi elettricità nelle pagine, e non solo nelle scene descritte, ma nel modo stesso di descriverle, con parole intrise di violenza, senza mezzi termini.
Il lettore di oggi vuole guardare un film anche mentre legge. Se nell’800 ampio spazio era dedicato a pensieri, considerazioni, descrizioni e teorie (vigeva  il pregiudizio contrario a quello che stigmatizza molti romanzi contemporanei), un libro di oggi dev’essere svelto, agile, tagliente, movimentato.
I personaggi di oggi fanno, dicono, corrono, saltano, urlano. Sembrano quasi tutti isterici. Anche i pensieri spesso sono resi in forme brevi, veloci come lampi, informi come i pre-pensieri tipici del flusso di coscienza.
Anche in questo caso, non intendo biasimare il gusto per la veloce narrativa contemporanea. Del resto ognuno ha i propri gusti.
Però ho la sensazione che questa mania per l’agilità stia uccidendo la letteratura.
È lecito pretendere che il post di un blog sia rapido (ci sto provando, lo giuro), che un articolo di giornale sia preciso ed esaustivo (bizzarro, al giornalismo sta accadendo il contrario di quel che succede alla narrativa. Sarà il caso di tornare a pubblicare romanzi a puntate?). Quel che vorrei è che il lettore ritrovasse il piacere di analizzare i pensieri di un personaggio, di leggere un solo libro per settimane intere, gustarlo lentamente e magari anche pensare “Sì, ma quanto la fa lunga”.
È un toccasana anche per lo stress e se siete tipi tutta adrenalina, posso assicurarvi che anche un libro tutto pizzi e merletti può nascondere sistemi taglienti come un romanzo contemporaneo. Del resto, ci sarà una ragione se i classici non sono ancora passati di moda, no?

Karl R. Popper
John Condry
Cattiva maestra televisione
Marsilio editore, 2002

venerdì 21 aprile 2017

Chi legge ancora Topolino


Caro lettore, oggi voglio sconvolgerti con una rivelazione scottante: sono una lettrice di Topolino.
Dirò di peggio; lo leggo ogni Martedì con la concentrazione e la passione che dedicherei a uno qualsiasi dei classici che affollano le mie mensole.
Lo so, il fumetto non è una cosa seria (forse potrebbe esserlo un graphic novel) ma io non sono mai stata seria, giusto? (Ti sfido ad affermare che io abbia mai sostenuto il contrario!)
Eppure ti sorprenderebbe, caro lettore serio, scoprire quanto possa essere seria una copia di Topolino. Alcune vignette, per bizzarro che possa sembrare, si possono comprendere solo conoscendo storia e attualità, citazioni in realtà ignote a un bambino.

                   

Da quando ero più piccola a oggi, Topolino è molto cambiato: i caratteri più spigolosi si sono ammorbiditi (vedi zio Paperone, che dimostra spesso di essere generoso con tutti tranne che con sé stesso), la morte, prima presente come in qualsiasi narrazione, viene ora dolcemente accennata come “Scomparsa” e alcune storie, a dire il vero, sono diventate un po’ troppo didascaliche, con deprimenti effetti da libro “Cuore”.
E tuttavia nella sua sostanza il “Topo” è intatto e non ha perso la profonda ironia e la filosofia che si cela nelle vignette più insospettabili.
A rendere palesi i sottotesti (alcuni tra i più “Storici”) ci ha pensato Giulio Giorello in un libro che vi consiglio caldamente.
“La filosofia di Topolino” non è un pesante testo di filosofia: la scrittura è scorrevole, comprensibile anche ai non addetti ai lavori.
È un saggio interessante come un romanzo: a tratti si limita a riassumere le storie prese in considerazione e a sviscerarle vignetta per vignetta.
Il parallelismo (involontario?) fra storie e temi filosofici a volte è sorprendente: dalla realtà di Platone allo scetticismo di Descartes, Giulio Giorello rinfresca i temi più interessanti della filosofia con semplicità e tanta passione, riuscendo a coinvolgere anche il lettore più disattento, e finalmente prendendo anche un po’ in giro la materia filosofica.
Per Topolino la realtà è un gioco molto serio, come per i bambini che non credono di essere eroi e principesse ma mentre giocano sono eroi e principesse.
Del resto, una delle caratteristiche che preferisco di questo fumetto è la capacita di creare più universi alternativi che possano coesistere.
Un esempio chiarissimo agli appassionati è la differenza che corre tra le storie personali di Zio Paperone e Rockerduck: nella famosa serie creata da Don Rosa, i due rivali si incontrano in Klondike, quando Paperone è ancora uno speranzoso cercatore d’oro e Rockerduck un paperotto molto viziato. In tante altre storie di autori successivi, però, viene narrato un passato alternativo in cui i due rivali crescono insieme.
Nell’universo di Don Rosa, Paperino e zio Paperone si incontrano solo quando Paperino è ormai adulto, mentre in storie successive zio Paperone conosce il giovane Paperotto e cerca (inutilmente) di inculcargli principi di economia.
Ancora un esempio recentissimo: in uno degli ultimi numeri di Topolino, Minni si vanta con le amiche dei perfetti San Valentino trascorsi con il fidanzato. Poche pagine più tardi, però, una nuova storia si apre con una Minni in lacrime per aver trascorso “Il peggiore San Valentino della sua vita”.
Ti chiederai, serio lettore: ma tutto questo cosa c’entra con la filosofia? Ebbene, senza girarci troppo intorno, questa È filosofia ( e anche un po’ fisica e fantascienza suppongo, ma non mi addentro).
La filosofia, in fondo, non è altro che un simpatico arrovellarsi su domande senza risposta, un intrigante libro giallo senza capitolo finale, e non certo perché manchino le risposte. Al contrario, possono essere tante quante le persone che cercano di rispondere alle domande.
Il pregio del libro di Giulio Giorello e Silvia Cozzolino (in realtà spudorati plagiatori del pensiero pippesco) sta proprio in questo: l’apertura del limite mentale che fa di alcune cose una seria realtà e di altre una sciocca immaginazione; la dimostrazione che la ricerca della verità può passare anche per il gioco e la lettura di un fumetto (a questo proposito, molto spesso durante le situazioni più bizzarre i personaggi si auto-rimproverano “Non siamo mica in un fumetto!”).

                                       

Pertanto, dopo la lettura di “La filosofia di Topolino”, caro lettore serio, non sarai più costretto a nascondere la tua copia di Topolino. E a chi ti chiede con aria di sufficienza cosa stai facendo, potrai rispondere “Non vedi? Sto studiando filosofia".

Giulio Fiorello, Silvia Cozzolino
La filosofia di Topolino
Guanda Editore, 2013