venerdì 21 aprile 2017

Chi legge ancora Topolino


Caro lettore, oggi voglio sconvolgerti con una rivelazione scottante: sono una lettrice di Topolino.
Dirò di peggio; lo leggo ogni Martedì con la concentrazione e la passione che dedicherei a uno qualsiasi dei classici che affollano le mie mensole.
Lo so, il fumetto non è una cosa seria (forse potrebbe esserlo un graphic novel) ma io non sono mai stata seria, giusto? (Ti sfido ad affermare che io abbia mai sostenuto il contrario!)
Eppure ti sorprenderebbe, caro lettore serio, scoprire quanto possa essere seria una copia di Topolino. Alcune vignette, per bizzarro che possa sembrare, si possono comprendere solo conoscendo storia e attualità, citazioni in realtà ignote a un bambino.

                   

Da quando ero più piccola a oggi, Topolino è molto cambiato: i caratteri più spigolosi si sono ammorbiditi (vedi zio Paperone, che dimostra spesso di essere generoso con tutti tranne che con sé stesso), la morte, prima presente come in qualsiasi narrazione, viene ora dolcemente accennata come “Scomparsa” e alcune storie, a dire il vero, sono diventate un po’ troppo didascaliche, con deprimenti effetti da libro “Cuore”.
E tuttavia nella sua sostanza il “Topo” è intatto e non ha perso la profonda ironia e la filosofia che si cela nelle vignette più insospettabili.
A rendere palesi i sottotesti (alcuni tra i più “Storici”) ci ha pensato Giulio Giorello in un libro che vi consiglio caldamente.
“La filosofia di Topolino” non è un pesante testo di filosofia: la scrittura è scorrevole, comprensibile anche ai non addetti ai lavori.
È un saggio interessante come un romanzo: a tratti si limita a riassumere le storie prese in considerazione e a sviscerarle vignetta per vignetta.
Il parallelismo (involontario?) fra storie e temi filosofici a volte è sorprendente: dalla realtà di Platone allo scetticismo di Descartes, Giulio Giorello rinfresca i temi più interessanti della filosofia con semplicità e tanta passione, riuscendo a coinvolgere anche il lettore più disattento, e finalmente prendendo anche un po’ in giro la materia filosofica.
Per Topolino la realtà è un gioco molto serio, come per i bambini che non credono di essere eroi e principesse ma mentre giocano sono eroi e principesse.
Del resto, una delle caratteristiche che preferisco di questo fumetto è la capacita di creare più universi alternativi che possano coesistere.
Un esempio chiarissimo agli appassionati è la differenza che corre tra le storie personali di Zio Paperone e Rockerduck: nella famosa serie creata da Don Rosa, i due rivali si incontrano in Klondike, quando Paperone è ancora uno speranzoso cercatore d’oro e Rockerduck un paperotto molto viziato. In tante altre storie di autori successivi, però, viene narrato un passato alternativo in cui i due rivali crescono insieme.
Nell’universo di Don Rosa, Paperino e zio Paperone si incontrano solo quando Paperino è ormai adulto, mentre in storie successive zio Paperone conosce il giovane Paperotto e cerca (inutilmente) di inculcargli principi di economia.
Ancora un esempio recentissimo: in uno degli ultimi numeri di Topolino, Minni si vanta con le amiche dei perfetti San Valentino trascorsi con il fidanzato. Poche pagine più tardi, però, una nuova storia si apre con una Minni in lacrime per aver trascorso “Il peggiore San Valentino della sua vita”.
Ti chiederai, serio lettore: ma tutto questo cosa c’entra con la filosofia? Ebbene, senza girarci troppo intorno, questa È filosofia ( e anche un po’ fisica e fantascienza suppongo, ma non mi addentro).
La filosofia, in fondo, non è altro che un simpatico arrovellarsi su domande senza risposta, un intrigante libro giallo senza capitolo finale, e non certo perché manchino le risposte. Al contrario, possono essere tante quante le persone che cercano di rispondere alle domande.
Il pregio del libro di Giulio Giorello e Silvia Cozzolino (in realtà spudorati plagiatori del pensiero pippesco) sta proprio in questo: l’apertura del limite mentale che fa di alcune cose una seria realtà e di altre una sciocca immaginazione; la dimostrazione che la ricerca della verità può passare anche per il gioco e la lettura di un fumetto (a questo proposito, molto spesso durante le situazioni più bizzarre i personaggi si auto-rimproverano “Non siamo mica in un fumetto!”).

                                       

Pertanto, dopo la lettura di “La filosofia di Topolino”, caro lettore serio, non sarai più costretto a nascondere la tua copia di Topolino. E a chi ti chiede con aria di sufficienza cosa stai facendo, potrai rispondere “Non vedi? Sto studiando filosofia".

Giulio Fiorello, Silvia Cozzolino
La filosofia di Topolino
Guanda Editore, 2013


martedì 21 marzo 2017

Doppio uomo: Søren Kierkegaard




Avete mai letto la biografia di uno scrittore?

Viaggi. Conoscenze. Esperienze. Quando ne leggo uno, mi viene sempre da pensare che gli scrittori siano un genere a parte, una sorta di uomini speciali, in un certo senso “Destinati” al loro lavoro da una vita ricca e intensa.
Per Kierkegaard non è stato esattamente così, e questo, lo confesso, un po’ mi rincuora: la sua vita è trascorsa soprattutto interiormente.
Sotto dei racconti apparentemente semplici, quasi naif, Kierkegaard cela una tempesta interiore che muove tutti i suoi personaggi.
Come lui, essi non vivono alcuna esperienza esaltante: pensano, raccontano, vivono intensamente come su un filo sospeso nel vento.
In realtà, questo è proprio l’aspetto che preferisco del “Diario del seduttore”.
Forse non lo avete mai letto (nel caso, ve lo consiglio) ma è un libro in un certo senso atipico: sembra che non vi si racconti niente.
È davvero solo un breve racconto delle strategie di seduzione del protagonista: il seduttore si incapriccia di una donna e con lucida crudeltà prepara un piano per catturarla (non ho usato la parola sbagliata: si ha la sensazione di leggere il diario di un cacciatore).
Seguono lettere sospirose, tenerezze da romanzo rosa, lacrime e piccoli ricatti amorosi, ma senza colpi di scena.
Kierkegaard riesce ad avvincere il lettore trasportandolo sul suo piano narrativo: niente di eclatante, imprevisto, strano; la storia scorre nel suo letto senza pretese di originalità.
L’autore sa di poter concentrare tutta la novità nella profondità dei contenuti nascosti.
Come in un giallo il lettore è invitato a scoprire il colpevole, nel “Diario del seduttore” il suo compito è quello di farsi domande, interrogarsi sul rapporto che ha con l’altro sesso, con Dio, con la sua famiglia, insinuandosi nelle vie più oscure del pensiero.
In un certo senso, Kierkegaard inventa il romanzo psicologico e descrive la netta divisione tra un uomo interiore alla ricerca di Dio e uno esterno alla ricerca di un piacere immediato.