domenica 26 gennaio 2014

Un padre, una figlia e Madame de Pompadour


In generale nei romanzi di Henry James osservo prima di ogni altra cosa le splendide descrizioni che dipinge nelle sue pagine, ma stavolta, eccezionalmente, ho notato ciò che secondo ogni critico bisognerebbe considerare, cioè i complessi intrecci sociali che si vengono a creare tra i personaggi.

Non ci sono stereotipi o maschere, ogni figura è a tutto tondo per impedire la distinzione tra buoni e cattivi e riuscire a studiare il carattere del singolo e l’evoluzione di questo quando si trova impigliato nelle maglie della società.

Anche se il principe è il primo, assieme alla signora Assingham, a essere introdotto, la prima figura vera che salta all’occhio è quella del signor Verver e di sua figlia Maggie, e dico “Figura” al singolare perché invero essi sono una cosa sola, un gruppo scultoreo in un romanzo popolato di graziose chincagliere e opere d’arte.

Scolpiti da un unico blocco di marmo, è impossibile separarli se non con un colpo violento di martello, quello che arriva nel finale e che, oltre a separarli, riduce in briciole la base su cui poggiano, tanto che sembra di assistere a un addio fra innamorati piuttosto che fra un padre e una figlia teoricamente indipendenti.

Vani i tentativi di entrare a far parte del gruppo: il principe ci prova per primo ma fa la figura del mimo dipinto di bianco accanto a una vera scultura. Peggio ancora per Charlotte Stant, che si appressa troppo alla statua ed è bruscamente invitata dal custode a non toccare.

Eppure, nonostante l’unità della coppia padre-figlia, questo legame passa presto in secondo piano davanti allo splendore degli altri personaggi.

Il signor Verver e Maggie rappresentano una scultura famosa per l’unità degli elementi ma in verità troppo semplice, da poco, quasi fosse l’opera di un dilettante.

Sono in realtà gli intrusi, Amerigo e Charlotte ad appropriarsi del museo, il primo con la propria unicità da antico pezzo italiano, la seconda con lo splendore del gioiello moderno.

In un’altra ottica, si potrebbe anche dire che entrambi sono pezzi da collezione per i Verver: il principe è un’opera d’arte apprezzata per la sua antichità, ma privo di bellezza intrinseca e di cui perciò i visitatori delle mostre di Verver non comprendono il valore durante il loro girovagare con sguardi distratti.

A focalizzare l’attenzione di tutti invece è la gemma Charlotte Stant, brillante tra tanti marmi opachi, proprio lei che nella famiglia è forse la meno integrata.

Come insegna anche la storia, sono proprio le amanti dei re a finire sui libri al posto delle mogli legittime: è il caso di Charlotte che, come Madame de Pompadour accanto a Luigi XV, prende posto accanto a Verver, ma in realtà non gli appartiene.

Brilla però quanto basta a eclissare la presenza di Maggie, ridotta quasi a una bambina da tenere a bada; figliola di uno e mogliettina dell’altro e niente più.

Maggie è come Maria Leszczyńska, la regina che non fa politica, amata, ma di sola rappresentanza mentre Charlotte fa la storia prendendo il potere di fatto, come la Pompadour.

È dunque inevitabile che alla fine del romanzo si abbia come un senso di irrisolto, con una scultura divisa brutalmente e due pezzi che a rigor di logica dovrebbero stare insieme spostati in due musei diversi, ognuno accanto a un’opera che non lo completa.

Un’opera d’arte e un pezzo pregiato ma di scarsa bellezza per entrambe le coppie e un finale irrisolto.