domenica 2 febbraio 2014

Ritratti di signore (e signori)


Mentre scrivevo l’articolo dedicato alla mia ultima lettura, la “Coppa d’oro”, ho avuto modo di notare come in tutti i suoi romanzi Henry James abbia seminato una vasta collezione di opere d’arte, tale da tendere l’idea di una galleria privata.
Sarà forse la mia personale tendenza a fare collegamenti a volte sinestetici fra ciò che leggo e le cose, le situazioni, le opere d’arte, o forse una più semplice voglia di “Guardare in faccia” i protagonisti delle storie che leggo ad avermi ispirato il desiderio di una ricerca di ritratti dei personaggi di James.
Per alcuni di essi il parallelismo è stato semplice: cos’altro se non una tela di Delacroix   ispirata alle suggestioni dell’Oriente avrebbe potuto ritrarre Fanny Assingham? Già nel leggere la descrizione iniziale che ne fa James, mi era tornato in mente quel dipinto studiato a scuola, di cui mi avevano colpito i colori caldi, lo sfavillio degli ori e la semplice maestà delle donne coperte di stoffe preziose. 


“L’opulenza del colore, il naso generoso, le sopracciglia marcate come quelle di un’attrice, […] sembravano definirla una figlia dell’oriente, una creatura plasmata da amache e divani, nutrita di sorbetti e servita da schiavi. […] Si vestiva di giallo e viola perché le sembrava meglio, così diceva, somigliare alla Regina di Saba che a una revendeuse; si metteva perle nei capelli e usava il cremisi e l’oro per i suoi abiti di casa per la stessa ragione”.

Di Charlotte invece mi ha colpito la somiglianza con un gioiello moderno, d’oro reso leggero con arte, di stampo liberty, brillante, “Divertente”, per usare le parole di Charlotte stessa “Una cosetta che abbia una sua grazia […] nel suo pregio relativamente basso”.






Una donna moderna, incantevole, a tratti incomprensibile come Isabel in “Ritratto di signora”, ritratto art noveau di una dea d’altri tempi disegnata a contorni marcati e tratti provocanti, ben diversa dalla leggiadria quasi incolore di Maggie Verver, un dipinto chiaramente Rinascimentale: indefinita, eterea, sfuggente come una donna di Botticelli, equilibrata come una tela di Piero della Francesca, in cui ogni cosa è misurata.

Decisamente spigliata, vivace, quasi volgare la figura di Ida, mamma di Maisie, dipinta a grosse pennellate da un artista che guarda la realtà dalla parte più bassa e vera e la rende quasi caricaturale, donne del genere popolano i dipinti di Toulouse Lautrec, avvolte in morbidi boa di piume, coperte di abiti di seta ma spesso sguaiate e ubriache, su cui i profumi dolci, spruzzati in generose quantità, si confondono con l’odore pungente dell’alcol.

Altrettanto reale è Henrietta Stackpole, amica di Isabel, che tuttavia serba ancora una propria poesia: pratica,  
indipendente, americana (aggettivo che allora diceva tutto) sembra uscito da un dipinto impressionista, uno di quelli in cui le donne si vestono da sole, quasi senza guardarsi allo specchio, senza troppi vezzi ma conservando la grazia tipica della donna ottocentesca.

Due donne molto diverse le protagoniste del “Carteggio Aspern”: una barocca, esagerata, matrona seicentesca avvolta in metri e metri di tessuti preziosi, circondata da vecchi velluti che mascherano la povertà e una bellezza ormai svanita. Sembra quasi di vederla, seduta davanti alla finestra con la sua veletta verde davanti agli occhi, schermo tra il nuovo non ancora accettato e il rimpianto del passato.


Accanto a lei la nipote, che sembra una tipica figura italiana verista: sacrificata come solo una zitella può essere, non avvenente e dipendente in tutto dalla zia; essa non ha mi avuto una giovinezza, è “Nata vecchia”, non conosce il mondo e se lo figura romantico.


Ugualmente sacrificata e romantica fin quasi al ridicolo è zia Penniman: non è zitella ma vedova, che cerca di supplire al romanticismo che non ha avuto organizzando un matrimonio (d’amore?) per la nipote.

È questo desiderio di non arrendersi al destino che le ha maltrattate a renderle figure quasi sciocche, come la contessa Gemini, moglie infelice che si rifugia in un mondo di piccinerie ma che in realtà sa: dipinta dal pennello di Rubens, donna barocca priva dell’alterigia di Miss Bordereau, carnosa, rallegrata da cappelli piumati e voluminosi che nascondono la sua profonda umanità.

E a proposito di personaggi che nascondono la propria reale consapevolezza, ecco un ritratto di Maisie dipinto da Reynolds: una bambina (in realtà nel dipinto è rappresentato un bambino, come mi fa giustamente notare un anonimo commentatore) sfumata, candida, bionda e innocente ma dagli occhi scuri e brillanti che tutto sembrano comprendere.

Lo stesso sguardo e lo stesso sorriso che si ritrovano in altre fanciulle tratteggiate da James: Pansy, figlia di Gilbert Osmond, nasconde la propria ingenua malizia in ossequio al padre, che teme più che rispettare.


È la ragazzina in ombra che compare in un bel quadro di Sargent, troppo grande per essere una bambina, troppo piccola per essere una donna, col grembiule lindo e il vestito corto da scolaretta.

Renoir invece tratteggia il ritratto di Catherine Sloper, figlia del dottor Sloper, anch’egli uomo autoritario che cerca di fare di lei il modello della madre e finisce per renderla vittima di una crudele ironia paterna.
È una ragazzina di bell’aspetto e ben abbigliata, al contrario della statuina perennemente infantile che desidera Osmond.

Ma nella galleria di James non può mancare una sezione dedicata all’antica arte italiana: è il caso del signor Verver, scolpito nel marmo, dall’aspetto gentile e rassicurante, quasi che il marmo sia morbido e palpabile come per il busto di Marco Aurelio, che ritrae un uomo affascinante e dallo sguardo bonario.


Infine il gioiello antico per eccellenza, Amerigo, autentica fibula longobarda; brillante, ben lavorato, non passa mai di moda e pertanto sembra accostarsi perfettamente agli smalti liberty di Charlotte.






Un gentile ed elegante accompagnatore per una signora del ‘900, potrebbe essere Lord Warburton.


Due bambini e una donna che fissano lo spettatore: il gruppo e le tinte scure sembrano suggerire le atmosfere del “Giro di vite”.