domenica 2 marzo 2014

Italiane


I caratteri di donna sono tanti e gli uomini, soprattutto scrittori, si sono divertiti ad abbozzarli: che si tratti di donne protagoniste o di semplici figure di passaggio, le donne dei libri riescono sempre a farsi ricordare.

Ogni paese ha, in letteratura, i propri stereotipi caratteriali: le donne francesi sono allegre, le spagnole austere, le inglesi pensierose, le americane indipendenti e poi ci sono le italiane, che rappresentano un caso a parte.

In generale sono donne che si fanno notare, al primo impatto, poco: è più facile ricordare una donna delle camelie piuttosto che una Sansevrina, e le servette spiritose mettono in ombra la connazionale Mirandolina, eppure quando le nostre signorine decidono di mettersi a confronto spuntano fuori prepotentemente, ed è poi difficile dimenticarle.

Tutte le donne dei libri, nonostante tutto, sono splendide donne, ma poiché sono campanilista, affermo che le donne della letteratura italiana hanno quel “Quid” in più che le rende riconoscibili in ogni nazione, perché sono tutto e niente, innocente come gigli ma crudeli, calcolatrici finché non ricordano di avere un cuore.
Se Manzoni le ha riunito tutte le sfaccettature dell’italiana nella crudele e ammirevole monaca di Monza, Goldoni le ha rappresentate singolarmente dopo aver studiato a lungo sul grande libro del femminino giungendo poi a conclusioni che avrebbero rovinato la digestione a molti uomini dopo di lui: la donna è complessa, ha mille facce come un prisma e non tutte riflettono la luce del sole, anche se il complesso è sempre brillante.

Mirandolina è un esempio di contraddittorietà; cinica come solo una donna assediata può essere, capace di dolcezza inaspettata verso Fabrizio, ma col suo modo di fare lascia sempre il dubbio che tutto in lei sia frutto di calcolo.
Afferma la propria indipendenza donandola al suo servo, ma solo perché sa che, se le piacesse, potrebbe riprendersela senza sforzi. È una delle prime donne-manager che si fanno spazio in letteratura: in un secolo in cui essere padrona di un albergo era paragonabile a essere direttrice di un bordello, Mirandolina gestisce la questione con piglio e ironia quasi maschile, prende in mano la questione perché sa essere forte all’occasione, perché la vita le ha insegnato che bisogna fare così. 

Lo stesso, in modo diverso ma altrettanto intrigante, fa la duchessa Sansevrina: con nonchalance corrompe guardie, compra titoli e organizza evasioni senza che il suo vestito si aggrinzisca. I suoi gioielli brillano alla luce di preziosi candelabri nei salotti che frequenta, non invecchia mai, e tra un brindisi e un’evasione non si lascia sfuggire una grazia tutta femminile che imprime il suo profumo sulla carta, nonostante il vortice di avventure tutte al maschile che la occupano.

Pronte, se necessario, alla mancanza degli uomini, sono la vedova scaltra di Goldoni e Giulietta, di Shakespeare.

La prima traccia il carattere della donna scherzosa ma forse anche un po’ insicura: certa delle proprie fragilità le nasconde dietro le maschere che usa per provare i suoi spasimanti.

Inaspettatamente più ferma, fin quasi all’ossessione (si tratta pur sempre di amore adolescenziale) è Giulietta, che con Desdemona si contende il primato di donna ribelle.

Entrambe apparentemente innocue e soggette al volere della famiglia, sono pronte a voltare le spalle per amore con la pertinacia tipica di quelle che oggi chiamerebbero cattive ragazze.


La prima sposa il figlio della famiglia rivale, la seconda “Addirittura” un moro.

A quel punto niente può fermarle, e mentre cinguettano dolcemente e lacrimano in fazzolettini ricamati tessono trame d’odio e d’amore perché sono sempre state indipendenti, ma non se lo ricordavano.

L’amore delle italiane è intenso, appassionato, costante come quello di Concetta del Gattopardo (che ne fa motivo di lite e rottura tra sé e tutto l’ambiente che la circonda e al riparo di cui è cresciuta) e a volte oscuro come quello della Fosca di Tarchetti capace di amare totalmente fino a diventare un incubo di egoismo e solitudine, le caratteristiche che rendono indecifrabile il suo personaggio, perché forse quel suo attaccamento asfissiante è solo una prova per dimostrare a se stessa che anche lei legarsi a qualcuno. Un trionfo della disperazione che rende proprio lei, infine, antagonista e vittima.

E poi ci sono le donne “Comuni”, le magnifiche non protagoniste di Pirandello che si affacciano alla pagina per farci sorridere e riflettere sulle faccende quotidiane.



Graziosissima ad esempio è la moglie di “Gengé”, raccontata in “Uno nessuno e centomila”, quella che si finge ironicamente rassegnata alle stranezze del marito e che in realtà lo ama e conosce la sottile arte del parlamentare al femminile, il classico “Facciamogli credere che la mia idea sia una sua idea, cosi che ne sia entusiasta”, nobile arte in cui ci si destreggia più o meno tutte e che gli uomini per orgoglio affermano di conoscere. Italiane...!