domenica 30 marzo 2014

Tela su tela


Alla dama di Shalott, la “Mia” dama, sono particolarmente affezionata, e uno dei dipinti che più amo tra quelli che narrano della sua vicenda è quello opera del preraffaellita Waterhouse.


Sembra che nel vederlo, Tennyson non abbia gradito la libera interpretazione dell’autore nel dipingere la donna avvolta dai fili della tela che stava ricamando perché la scena non è narrata nel poema.

In generale sono d’accorso con gli scrittori riguardo al fatto che un dipinto debba essere il più possibile fedele alla narrazione, tuttavia ho trovato quella dei fili che quasi incatenano Lady Shalott come una geniale e raffinata metafora della sua prigionia.

Quale elemento potrebbe dirci infatti che ella è prigioniera nella torre? Nessuno, se non l’impiego di questa metafora della schiavitù.


Personalmente ho trovato interessante anche l’idea delle forbici nelle mani di Lady Shalott, quasi un richiamo alle figure delle Parche che tessevano e mettevano fine alla vita degli uomini. Con quelle forbici la dama potrebbe liberarsi dei fili che la imprigionano ma tagliarli vorrebbe anche dire tagliare il filo della propria vita, un grido di ribellione verso quella tela che vuole schiavizzarla ma forse anche salvarla dal destino che l’attende fuori da quelle mura.

Del resto, lady Shalott non può parlare: il suo sguardo è fisso verso lo spettatore (dove dovrebbe trovarsi, stando allo specchio che è alle spalle della dama, la finestra che dà luce alla stanza) ed è quello di una fanciulla impaziente, che si è alzata di scatto dalla sedia al punto da far cadere per terra le matasse che aveva in grembo e che stava usando per il suo lavoro. Ma sono anche gli occhi di una donna spaventata, che sa a quale destino sta andando incontro.

La tela su cui ricamava poco prima e lo specchio rotto dietro di essa raccontano la sua storia: sulla tela di vivaci colori è rappresentata la sfilata dei giovani cavalieri passati sotto le sue finestre, di tutte le cose belle che lo specchio le ha donato e contemporaneamente negato, soprattutto Lancillotto, la cui testa si riflette ancora nello specchio.


Lady Shalott è bella e bene educata, circondata da cose raffinate, arredi e tappeti preziosi ma che si intravedono appena nell’oscurità della stanza: che quella sia l’oscurità che circonda anche la sua conoscenza, quella che non le permette appieno di godere delle belle cose di cui è circondata?


Uniche fonti di luce la finestra, che sarà veicolo della sua morte, e le candele davanti a un’immagine sacra, luce di conoscenza che deriva dal mondo di Dio.


In ogni caso quella è la splendida e rassicurante gabbia dorata, sua salvezza e anche sua prigione, a cui Lady Shalott deve rinunciare per ottenere amore, la conoscenza reale. E lo farà, costi quel che costi, dovesse anche tagliare da sé la sua tela.