sabato 23 agosto 2014

Nel paese delle meraviglie mentematiche


Fatta eccezione per una breve e divertente parentesi durante le scuole medie, io e la matematica non siamo mai andate d’accordo. Per celare a occhi indiscreti questa mia mancanza, mi trinceravo dietro la frase tipica di coloro che hanno sempre collezionato voti migliori in italiano che in matematica: “La letteratura è più artistica, la matematica è fredda”.

Forse era destino che prima o dopo ammettessi pubblicamente che non l’ho mai pensata davvero così, e che in realtà le due materie sono ugualmente affascinanti perché complementari.

Non solo là dove non arriva la letteratura arriva la matematica, ma addirittura le due possono incrociarsi.

Per dirla in termini matematici, le due rette parallele che non s’incontrano mai potrebbero forse incontrarsi nell’infinito, ma solo se quest’infinito è folle e perfettamente logico come il paese delle meraviglie di Alice. O di Spartaco Mencaroni.


Alice precipita in un tunnel il cui contenuto è perfettamente logico
 ma folle perché estraniato dal contesto.

In realtà, quando ho deciso di scrivere qualcosa a proposito dei suoi racconti, sotto sotto ero un po’ preoccupata. E se non avessi capito un’acca di ciò che c’era scritto?

Ecco, se avete intenzione di leggere i suoi racconti ma vi ferma questo dubbio, non preoccupatevi perché, anche se vi sembrerà bizzarro, in realtà non c’è troppo bisogno di capire.   Poco fa ho paragonato i suoi racconti al mondo di Alice: ebbene, immergetevi in quel suo universo in cui il paradosso è perfettamente logico e tutto vi sembrerà chiaro perché il limite dell’incomprensibilità e dell’assurdo fa parte del gioco, aumenta il senso di vertigine che spinge all’ultima pagina.

Per chi ama il lato più umanistico dell’enigmatico, il primo racconto soddisfa in pieno le aspettative. È quasi esasperante l’inquietudine del professore che cerca l’infinito geometrico nel cielo del nord.

Tra momenti in cui si vorrebbe solo scrollarlo per riportarlo alla realtà e altri in cui si condividono le sue angosce (e la sua punta di egoismo nel credersi l’unico uomo tormentato della terra) si finisce per perdere pian piano la pazienza. Ma è In quel momento, quando crederete di averne abbastanza e di dover finire il racconto senza conoscerne l’epilogo (tutta la storia scorre su filo dell’affanno mentre si teme che ci sarà un finale aperto) che la fine arriva, inaspettata, in due righe e un nome.

Un finale brusco e bellissimo che risolve tutta l’esasperazione precedente, un lungo mal di denti che termina con la pinza (temuta e poi tanto amata) del cavadenti.

E intanto le descrizioni suggestive del mare e di un’epoca filosoficamente interessante e sconvolgente che conduce il filo del discorso al paradosso del racconto successivo.

Apparentemente, infatti, i due racconti sono sganciati fra loro, due modi differenti di approcciarsi alla matematica. In realtà invece, anche per chi non ama particolarmente i racconti brevi e cerca un filo conduttore tra diverse situazioni, il bandolo della matassa c’è. Sottile, quasi invisibile eppure ricorrente il tema del paradosso, della mente umana persa nella comprensione di qualcosa di filosoficamente superiore e inconcepibile.

Come il protagonista del primo racconto si perde in un labirinto mentale ma perfettamente plausibile, i protagonisti del secondo hanno a che fare con un labirinto vero eppure impossibile, quasi a suggerire che la realtà supera di gran lunga la fantasia. È un caso forse che il finale del secondo racconto sia bizzarramente contrastante con la conclusione del primo?

Ci si aspetterebbe il contrario, abituati come siamo a credere che i paradossi siano questioni mentali e non pratiche. Ironico che sia così semplice risolvere un cruccio mentale e non trovare l’uscita di un vero labirinto (sempre che esista davvero un’uscita).


Ecco, se il primo racconto può essere paragonato al paese delle meraviglie, l’altro potrebbe essere il paese dello specchio, ma, volendo, anche il contrario, perché l’uno e l’altro si riflettono identici eppure all’opposto nel mondo mentematico di Mencaroni.

Curiosa l’abilità con cui nel primo racconto di stampo umanistico e sentimentale riesca a far cadere gocce di matematica e nel secondo, strettamente matematico, gocce di sentimento umano.

I protagonisti del secondo racconto, infatti, si perdono fisicamente nel labirinto matematico, eppure non disdegnano tocchi di leggerezza e sensualità (come si spiegherebbe altrimenti il finale che fa riferimento a un evento importante come la paternità? Il protagonista sarebbe potuto arrivare all’incrocio problematico in altri momenti importanti della sua vita, come un avanzamento di carriera o un matrimonio, invece l’accento è posto proprio sul giorno più strambo e tenero della vita di un uomo).

Insomma, se pure la parte matematica dovesse lasciarvi amareggiati, trovereste anche qualcosa, piccoli accenni, cui dedicare le vostre riflessioni romantiche, come un dipinto che in generale non piace ma di cui si apprezzano le sfumature di colore.

E come nel primo la soluzione giunge inaspettata, nel secondo la… non-soluzione vi lascerà senza fiato. Com’è possibile che finisca così? Ci deve’essere un’altra pagina, una postilla, una frase che faccia capire qualcosa…

È allora che anche i più impermeabili alle lezioni matematiche cercheranno la soluzione nelle brevi pagine di spiegazione che seguono ogni racconto, alla ricerca di un indizio (se lo trovate, fatemi sapere.)

I più critici potranno dire infine che i nodi è più facile farli che scioglierli, e forse è vero, ma resta indubbio il fatto che quelli di Mencaroni sono decisamente intriganti.