venerdì 28 novembre 2014

Scegli la tua avventura: più su di una mongolfiera

Il coniglio mannaro ha innalzato alla luna il suo ululato di sfida e, con la prontezza che la contraddistingue (leggi: mesi e mesi dopo, nemmeno si comunicasse attraveso piccioni viaggiatori), la dama risponde e dopo l'incipit propone un viaggio... inapettato.

 Al di là dei riflessi opachi e freddi della cupola biancheggiavano le sponde dell’oceano; le acque cobalto della baia ne lambivano la riva a brevi intervalli, con carezze viscose. Fra le pieghe di velluto denso della superficie luccicavano agli imprevedibili scoppi di luce violetta della vecchia Ritelgeuse. Il riverbero di quei bagliori rimbalzava, come un’eco istantanea, sulle travature del Braccio verticale dell’astroporto. Visti dal basso, i tralicci che lo componevano salivano perpendicolarmente all’orizzonte, formando il tronco metallico di un albero ciclopico, piantato fin nel cuore del pianeta. Una selva di diramazioni laterali si staccava dalla struttura principale e da ognuna di queste germogliavano a loro volta numerosi altri segmenti, in una serie di molti ordini di ramificazioni. Dalle più piccole appendici terminali, ciascuna grande dieci volte un uomo, le navi spaziali pendevano come frutti maturi.

Miriadi di vascelli, un numero forse incalcolabile, ma di gran lunga inferiore a quello delle stelle verso cui erano rivolte le loro prue affusolate, la dove la razza umana aveva osato per prima spingere lo sguardo. Le sagome tozze dei grandi cargo oscuravano con ombre nette e spigolose gli ovali dei caccia da perlustrazione, cento volte più piccoli, scintillanti per il riverbero azzurrognolo delle luci di posizione. Tutto intorno a quei colossi del cielo ondeggiavano, come altrettanti satelliti, veicoli da esplorazione, aggraziate navi di linea, che contrastavano con le aguzze e sinistre fusoliere degli incrociatori da battaglia. A loro volta, le gigantesche astronavi da carico scomparivano al cospetto della mole titanica delle Arche planetarie, attraccate alla parte terminale del Braccio, che incombevano su tutto sfidando ogni legge di prospettiva con le loro dimensioni incomprensibili.
Nella rotazione asincrona, che assicurava alle varie sezioni dell’immensa struttura la possibilità di disperdere il carico statico, le sfere contenenti i mondi artificiali passavano alternativamente sopra alla porzione di cupola dove si trovava Jonas, come piccole lune punteggiate di luci.
Nel momento in cui l’ombra ricoprì ogni cosa, il veterano sollevò lo sguardo dalla propria tazza di caffè, ormai freddo, pensando che stava aspettando Lucille già da cinque rotazioni: ma quella che aveva oscurato il cielo freddo di Ritelgeusille non era un’Arca. Prima che potesse realizzare l’immensità di ciò che stava accadendo, la luce lo avvolse, ed ogni traccia di pensiero coerente si dissolse nell’abbacinante eco elettromagnetica dell’unica esplosione, che aveva scomposto, in una frazione di tempo di brevità incomprensibile, tutta quella porzione di universo nelle sue particelle elementari.

A quel punto, come ogni volta, Eleanor si svegliò.

Si era appisolata solo un momento, e in quel breve lasso di tempo l’ultimo bagliore di sole del crepuscolo aveva lasciato il posto a una placida sera. Sarebbe stata una serata piacevole, se non fosse stato per l’incubo che aveva appena vissuto: solo stelle a perdita d’occhio che non riuscivano a rischiarare l’oscurità dello spazio profondo, navi volanti e nomi impossibili che non ricordava già più, alcuni frutto di una pesca della sua mente in qualche lontano ricordo, altri pura invenzione della sua fantasia allucinata.
Eleanor si mosse indolenzita sulla bergère dello studio di suo padre chiedendosi se non avesse qualche linea di febbre: benché avesse le mani e il viso roventi, sentiva freddo.
Allungò le mani verso il campanello per farsi portare il suo scialle ma il gesto morì prima di essere portato a compimento; Lucille (bizzarro, c’era anche lei nel sogno) avrebbe chiacchierato tanto, l’avrebbe sgridata perché non aveva mandato a chiedere la lampada, perché aveva quasi lasciato spegnere il fuoco e non ultimo perché si era addormentata dopo una delle lezioni del padrone.

Mai addormentarsi dopo le lezioni di papà; era un precetto fondamentale per lei, se voleva mantenere la tranquillità: con la spiccata fantasia che si ritrovava, ci metteva poco a figurarsi incubi e fobie da tutto ciò che non comprendeva.
Eleanor non aveva voglia di scendere in salotto: nonostante lì vi fosse la presenza rassicurante della mamma e le chiacchiere e la luce, ciò le avrebbe fatto dimenticare solo temporaneamente ciò che aveva sognato. No, meglio restare in solitudine per un po’, nel buio, a riflettere. Si sarebbe seduta e con calma avrebbe “Razionalizzato” come diceva il suo fidanzato, così avrebbe ritrovato davvero la calma.
Eleanor si sgranchì e si avvicinò al caminetto di marmo: sotto la cenere c’era ancora un po’ di fuoco ed ella lo riattizzò con un gesto energico finché la fiamma non tornò a scoppiettare, poi sedette per terra, sul tappeto lì vicino, e le sue ampie vesti formarono un cerchio perfetto intorno a lei.
Si costrinse a pensare al sogno che aveva appena fatto: il cielo, così scuro e profondo, non una mera cortina che copriva la terra ma vero e proprio spazio in cui poter navigare. Questo era chiaramente un derivato delle spiegazioni paterne. Oltre quella coltre di velluto e brillanti c’erano altri mondi, altri pianeti che potevano essere osservati con cannocchiali e telescopi.
Quel pomeriggio, come tanti altri in cui aveva desiderato trascorrere un po’ di tempo con la figlia, il padre l’aveva ragguagliata, entusiasta, delle nuove scoperte scientifiche e astronomiche e d Eleanor aveva dissimulato la noia per non farlo dispiacere.

Egli le aveva mostrato mappe della terra e delle costellazioni, disegni, strumenti con cui Eleanor si divertiva come con dei giocattoli ma di cui ignorava la funzione, e poi, come al solito, dopo le spiegazioni lui aveva cominciato a fantasticare senza freni su mondi alternativi e viaggi oltre il cielo, come Verne, un visionario con cui suo padre intratteneva fitta corrispondenza.
E proprio quel pomeriggio, mentre ascoltava solo a metà e si divertiva a far girare una sfera armillare, suo padre aveva esclamato – Un giorno potremo navigare oltre i cieli come oggi sul mare!-.
Una forte angoscia aveva portato Eleanor a esclamare – Papà! – come davanti a una bestemmia, ma egli, incurante dello sguardo di sua figlia, aveva continuato con le descrizioni di aeronavi di lucido metallo, pianeti sconosciuti e idrocarburi e propulsori da scoprire… un intrico di lamiere e luci violente alternate a profonde oscurità che le avevano fatto venire il mal di testa; perciò si era assopita.

Navi aeree… Eleanor sorrise tra sé, rassicurata. 
Non c’era pericolo, l’uomo non sarebbe andato più su di una mongolfiera.
Ci aveva fatto anche giro con papà, una volta, egli aveva tanto insistito perché provasse. E come ne era stato contento! Come se non stessero rischiando la vita a chissà quanti piedi di altezza, no, lui voleva volare, come un uccello…
Papà! Volare!
Eleanor perse di colpo la sua sicumera mentre un altro particolare del sogno le si affacciava alla memoria: l’uomo del porto aereo… come si chiamava…? Jonas. Jonas aveva le fattezze di suo padre. le stesse basette ingrigite e il naso aquilino e le mani nodose che stringevano la tazza di caffè mentre i suoi occhi vi scrutavano dentro come ogni mattina a colazione.
Jonas era proprio suo padre!
Preoccupata, Eleanor frugò nella memoria: cosa accadeva a Jonas nel suo sogno? Qualcosa di spiacevole, senza dubbio, perciò si era svegliata… un’esplosione!
Il respiro di Eleanor si fece più veloce mentre qualcosa metà tra un grido e un gemito le si strozzava in gola.
Razionalizza. Razionalizza. La superstizione è una cosa sciocca. Eleanor provò a respirare a fondo, nonostante la cosa in gola quasi glielo impedisse.
Papà spariva, ma perché? Forse ella aveva paura di perderlo? Perché avrebbe dovuto? Era in buon a salute, niente lo minacciava. Forse doveva partire?
Ah, no.
Ora improvvisamente ricordò e il piacevole calore del fuoco (non avrebbe mai ammesso che si trattasse di altro, era una fanciulla perbene!) la rilassò.
Lei doveva partire. Mancava meno di un mese alle nozze con Lucas, il suo fidanzato. Poi avrebbero preso una nave, una vera nave, per Parigi e lì la luna sarebbe stata solo un disco d’argento su un sfondo di velluto, le luci più violente che avrebbe visto sarebbero state quelle dei teatri e il metallo solo l’oro che avrebbe indossato nelle occasioni mondane.
Sì, per un po’ sarebbe stata lontana da casa e lei che era sempre stata così protettiva verso il padre forse ne avrebbe sofferto, ma ora era grande ormai e il padre l’aveva rassicurata, sgridata e presa in giro in proposito tante di quelle volte! Non era un bebè, sapeva badare a se stesso. E poi comunque le avrebbe scritto spesso.
Eleanor si lasciò andare a fantasie romantiche: Lucas, Parigi, i suoi abbracci, le nozze… e poi chissà, pensò arrossendo, magari un bambino, un piccolo Edwin, come suo padre.
Lui ci teneva tanto ad avere un nipotino, diceva che lo avrebbe fatto volare.
Il volo, lo spazio, le stelle… era proprio una fissazione! Eleanor sorrise e sospirò, finalmente quieta. L’uomo non sarebbe andato più su di una mongolfiera.
– Eleanor, guarda! – la voce di suo padre la riscosse.
Senza badare al fatto che Ellen fosse seduta per terra nella quasi totale oscurità, Edwin entrò nella stanza sventolando dei fogli, scritti e una stampa che mostrò alla giovane.
La figura era bizzarra e mostruosa: una specie di rigonfiamento ovoidale di enormi dimensioni dominava i cieli  e sotto di esso una scatola a vetri i cui erano imprigionati piccoli individui.
Un prato sotto l’oggetto mostruoso raffigurava signore e signori in vestiti da festa che guardavano in alto, stupiti da quella cosa.
– Bello, eh? – incalzò l’uomo – Si chiama dirigibile. è più veloce e vola più alto di una mongolfiera. E può trasportare più persone, anche sedute. Ed è più sicuro, vedi, la propulsione non avviene con una fiamma aperta…– Edwin continuò a enumerare le doti del nuovo ritrovato mentre la bocca di Eleanor cercava di contenere la smorfia di una bambina che vuole piangere.
– E con questa applicazione, in futuro… il materiale… e un giorno, tra le stelle… –
Eleanor avrebbe voluto pestare i piedi e urlare. Basta! BASTA! L’uomo non deve volare! Non deve…
Lucille comparve sulla soglia con un candelabro e annunciò la visita del fidanzato di Eleanor.
Edwin si lanciò in fondo alle scale per erudire anche i futuri suoceri, mentre Lucas entrava nella stanza ancora semibuia.
Eleanor gli corse incontro e lo abbracciò nonostante lo sguardo di biasimo di Lucille.
Tra meno di un mese non avrebbe più sentito parlare di stelle; tra meno di un mese, navi aeree e viaggi spaziali sarebbero stati solo un lontano incubo; tra meno di un mese sarebbe diventata la signora Earhart e non avrebbe più pensato a quelle cose.
Perché l’uomo non può volare.
Forse.


E ora, come da regolamento, comprometto qualche altro innocente e poiché sono sadica, "Modifico" ad hoc la richiesta: drama queen, se ci sei, batti un colpo. Anzi, improvvisa un finale e... recitalo per noi.