martedì 3 febbraio 2015

C.S.I. Videogame



Una cosa che mi piace dei documentari scientifici sono i test, quelli condotti dalle università inglesi che sondano il comportamento dell’uomo in alcune circostanze.
Credo che fra le altre cose, una di quelle che mi sia dispiaciuta di più nella faccenda di non poter frequentare l’università sia stata proprio il non poter raccogliere dati per compilare una mia tesi.
Forse è questo sottile desiderio frustrato che mi porta a fare domande insolite e a coinvolgere in esperimenti a tutti i componenti della famiglia.
Oggi dunque vi mostro l’ultima mirabolante fatica del mio cervellino sempre pieno di idee geniali.
La mia tesi sui fattori che inducono un videogiocatore a sbagliare una partita:
“Breve studio sul ruolo dell’incertezza umana causante la perdita del proprio punteggio in un videogioco”.
Il presupposto è la teoria che, quando una persona sta giocando a un videogioco, la perdita di punti-vita[1] porti all'incertezza
 del giocatore, il quale ha più possibilità sbagliare e dunque di perdere completamente la partita anche se manca poco all'ultimo livello.

Per lo svolgimento del test è stato usato un comune apparecchio telefonico con schermo sensibile al tocco digitale[2], in gergo telefonico “Smartphone” del soggetto femminile più adulto del gruppo famigliare preso in esame[3] supportante in sé un videogioco caratterizzato dalla presenza di un simpatico esserino di forma vagamente tuberosa[4] conosciuto comunemente come “Pou”.
I soggetti-cavia sono stati invitati, cronometro alla mano, a giocare più partite consecutive a un’azione tecnologica consistente, per mezzo di pressione digitale, nel far saltare il piccolo essere Pou su piani differenti senza farlo mai cadere nel vuoto[5].


I risultati sono stati sorprendenti[6]: dopo aver sbagliato una partita la successiva cominciava, da parte del giocatore, un intervallo compreso fra i due e i quattro secondi di ritardo.
Non solo, ma essa si verificava più lenta della prima causando così un calo delle prestazioni e del punteggio videogiochistico.
Le cause sono da ricercarsi in vari settori: quello emotivo, tanto per iniziare.
Si è infatti osservato che il videogiocatore più emotivo tende a  rallentare il gioco nel timore di sbagliare nuovamente mossa.
Tale dato è inoltre sensibile di mutamenti nel caso che il giocatore sia possessore o meno del mezzo tramite cui si gioca[7] e che si senta più o meno osservato o giudicato.
Il punteggio migliora qualora il giocatore si sappia:
                                                                            A) solo
B)libero di esprimere il proprio linguaggio e fisicità durante il gioco (in allegato per gli addetti il filmato criptato al pubblico del soggetto-cavia maschio (apparentemente) adulto della famiglia presa in esame.[8]

Concludo dunque, cari colleghi, nell'affermare che per riuscire in un videogioco, bisogna non nutrire interesse per esso, e ciò significa che non arriverò mai all'ultimo livello di Supermario.[9]



[1] In gergo videogiochistico
[2] ma neanche tanto. Nota di personale critica verso gli schermi touch che non fanno mai ciò che chiedo.
[3] Mamma, dal momento che la sottoscritta non possiede (e lo precisa con una certa tronfia fierezza) e non intende possedere uno di quei malefici aggeggi.
[4] Sembra proprio una patata, è anche del giusto colore.
[5] Sky hop
[6] Non è vero, ma se non dicessi così si paleserebbe l’inutilità dell’indagine.
[7] La sottoscritta temeva di distruggere il malefico oggetto e lo impugnava con cautela.
[8] Il filmato è stato criptato ai non addetti per questioni di privacy. Per completezza si chiarisce che in esso il soggetto in esame, credendo di non essere ripreso, si lascia andare a movimenti scomposti ed esclamazioni inutili ai fini del gioco e di origine chiaramente catartica.
[9] Per inciso, sono ferma al Supermario Bros, quello classico anni’80.