domenica 15 novembre 2015

Carte in tavola: i giocatori

Un modo per avvicinarsi alle case da gioco senza rischiare un centesimo è leggere le avventure dei giocatori. Una figura che spesso suscita il nostro biasimo ma che non può fare a meno di intrigarci perché ci fa vivere l’emozione del gioco spericolato senza correre alcun rischio.
Il mio genere di giocatore preferito è quello elegante da casinò dell’alta società: donne in abito da sera con la sigaretta su un lungo bocchino, la pallina da roulette che ticchetta, i riti scaramantici di gentiluomini con i gemelli alle maniche della camicia e la seducente amante portafortuna al fianco. ma indubbiamente questo è solo uno dei tanti tipi di giocatore nella letteratura, figura che si è evoluta nel tempo con la bizzarra conseguenza di restare sempre uguale a se stessa.


L’esempio più conosciuto della letteratura è sicuramente “Il giocatore” di Dostoevskij, noto non solo come malato di gioco ma anche come giocatore in ogni ambito della propria esistenza. L’amore e il lavoro sono scommessi come una posta, persi e riacquistati più volte nel corso del libro, proprio come è nel gioco.

Il gioco in questo caso è una metafora della vita: provare, provare sempre, perché c’è sì il rischio di perdere ma anche di raddoppiare la posta.
La roulette non si ferma mai.

Ugualmente giocatore di vita era Casanova (il famoso violinista, medico, grecista e diplomatico, ricordate?): egli stesso racconta che raramente si lascia vincere dal demone del gioco, e quando accade ha sempre la prudenza di fermarsi subito dopo una vincita dignitosa.
Quando il buonsenso lo abbandona, egli perde tutto ma si cruccia solo per poco: per natura è portato a non perdersi ma d’animo. Per lui il gioco è come la vita, la roulette continua a girare e la prossima mano potrebbe essere migliore.

La faccenda assume contorni drammatici quando a giocare è una donna: dapprima noioso obbligo sociale, il gioco diventa per molte donne del secolo, come Maria Antonietta e Georgiana Cavendish, una droga da cui non riescono a liberarsi.
Anche le più benestanti finiscono per far debiti, scandalizzando la società.


Le biografie di entrambe sono costellate di aneddoti in cui si raccontano follie, debiti, nottate insonni trascorse al banco del faraone in cerca di denaro o forse, di compagnia e di affetto frustrato.
Forse per questo la nascente borghesia raccontata da Jane Austen preferisce raccontare il gioco come attività prettamente maschile, tutt'al più praticata a mero titolo di svago in salotti privati per intrattenere delle vecchie zie.
È da notare che in ogni suo romanzo la Austen suggerisce l’idea che ogni personaggio femminile positivo si annoi molto nel gioco preferendo ad esso conversazioni mordaci e danze più o meno galanti.

“Entrando trovò tutti al tavolo da giuoco e fu subito invitata a unirsi a loro; ma, sospettando che giocassero forte, declinò l'invito e disse che si sarebbe distratta con un libro. Mr Hurst la guardò con stupore.- Preferite la lettura alle carte? - chiese - è strano.- Miss Eliza Bennet, - puntualizzò Miss Bingley, - disprezza le carte. “


Fino alla metà dell' Ottocento, il gioco è ancora solo un vezzo, un modo di stare in società: lo dimostra Phileas Fogg, che nel suo giro del mondo non rinuncia mai a una partita a whist.
Il giocatore vero e proprio si riaffaccia prepotentemente nella letteratura sul finire dell’800, quando il casinò diventa meta di divertimento anche per i ceti più bassi, purché abbiano abbastanza denaro (o faccia tosta) da spendere.
Simbolo della società che spera nel cambiamento è Mattia Pascal, di Pirandello, che ritenuto morto si reca come prima cosa in un casinò, luogo che concentra in sé la distrazione del gioco e la speranza di miglioramento, proprio come per un quiz televisivo per un uomo odierno.

Il vero giocatore contemporaneo indossa una veste più drammatica: quella dell’uomo comune che all'improvviso entra in contatto con la slot machine e finisce per diventarne schiavo fino alle estreme conseguenze.
Egli smaschera anche l’ultima illusione del gioco: se prima esso poteva essere svago, desiderio di vita in società, oggi il giocatore è solo davanti a uno squallido schermo o un ipnotico biglietto da grattare con le monetine, le ultime che restano in tasca.
Il gioco è voglia di migliorare le proprie condizioni, necessità e poi mania, autodistruzione, come spiegano Roberto Zanasi e Spartaco Mencaroni nell’ebook “Matematica e gioco d’azzardo”.

Il gioco diventa irrinunciabile al punto che porta a perdere anche ciò che si è vinto, oltre a interi stipendi e risparmi di una vita.
Il cambiamento da un tipo di giocatore all’altro è solo apparente; nonostante le luci soffuse, lo champagne e gli ambienti eleganti, la crudeltà nascosta è sempre la stessa.

Il giocatore non cambia mai, perché la prossima volta potrebbe essere quella buona. E la roulette continua a girare.