mercoledì 26 agosto 2015

L’arte di guardare l’erba crescere


 La mia storia potrebbe essere paragonata a quelle raccontate dai libri americani che vanno tanto di moda oggi fra le giovani donne, una parabola che comincia con l’apparente serenità della giovane protagonista del libro la quale, di solito, ha una carriera avviata su cui non si pone domande (a volte le viene il dubbio che qualcosa non sia come dovrebbe, ma lei mette la propria voce interiore a tacere perché crede di possedere esattamente ciò che gli altri vorrebbero). Il meccanismo si inceppa dopo circa venti pagine e allora segue la crisi durante la quale la protagonista perde di vista la strada e infine si torna di nuovo a una situazione di calma, stavolta sicura, o quasi (hai mai visto che ci si possa scrivere anche un sequel, ché oggi vanno tanto di moda le saghe?)
Potrebbe sembrare un cliché, eppure è proprio così che è andata: ho cominciato a spianarmi la strada verso un unico obiettivo che avevo sette anni. Il piano era semplice, a gradoni: diploma, laurea, lavoro dei sogni.


Facile, no? Perché il meccanismo funzionasse, però, doveva esserci una costante: io dovevo essere la migliore, sempre e a qualsiasi costo. E durante gli infiniti pomeriggi a tradurre versioni che non riuscivano mai e a studiare astrusi problemi di fisica che ogni caratteristica avevano tranne che di essere logici, mi venivano dei dubbi circa la mia strada, eppure le mettevo a tacere e continuavo a lavorare.
Come in ogni romanzo che si rispetti, i dubbi che mi avevano assillato per tutti gli anni di scuola si sono palesati nella loro integrità troppo tardi perché potessi porvi rimedio: il problema non era essere i migliori né riuscire finalmente a tradurre il greco; il vero problema era nei rapporti umani, trascurati per fare spazio a nuove materie. Solo quando in visita a un’università mi sono trovata sola in mezzo a tanti estranei ho capito che non ce l’avrei fatta e sono crollata.
Ho lasciato l’aula degli esami di maturità quasi in lacrime nonostante (senza falsa modestia) l’esito molto positivo, con un dolore sordo che mi ricordava come ogni cosa fosse finita. Niente più studi, né laurea né carriera, non riuscivo a immaginare il futuro, come se avessi dovuto morire il giorno dopo.
Le fasi del dolore le ho attraversate tutte, dall’incredulità (“È solo un anno sabbatico, al massimo tra due anni mi iscrivo all’università”) alla rabbia verso me stessa e gli altri studenti liceali, alla falsa accettazione, con la sensazione di vivere in un limbo: il mondo cresceva e io restavo una ragazzina di quindici anni e incapace di progredire.
Poi qualcosa è cambiato, non saprei dire quando, così, come quando si ha mal di testa e d’improvviso ci si accorge di non soffrire più, e ho accettato davvero la situazione. Certo, alcune fisime rimangono e talvolta la paura di non combinare niente di buono ritorna, però infine ho imparato a respirare anche con quest’aria nuova.
Non è male, in fondo, non avere più compiti il pomeriggio. Ho tanto tempo libero per leggere tutti i libri accumulati in attesa di un futuro di tranquillità.
Non avere una strada è strano: ti costringe ad analizzare a fondo le tue emozioni e quelle degli altri e noti cose cui prima non avevi fatto caso. Ho cominciato a scrivere un diario (prima non c’era tempo) e ad approfondire passioni che fino a quel momento erano stati solo vaghi interessi.
Mi sono auto convinta a diventare una “Yes-girl” come rimedio contro la paura e ho accettato di fare qualsiasi cosa il cuore mi suggerisse per dare sfogo a quella parte che la ragazza seria doveva reprimere.
Ho indossato un costume del 1700 e ho imparato a danzare il minuetto, ho provato a cucinare le ricette più difficili, a disegnare e a camminare sui tacchi (per scoprire che non è cosa per me).
Ho imparato ad ascoltare l’Opera Lirica, a ricamare e a decorare case di bambola e ho assistito al funzionamento di una gru (potrà sembrare ridicolo ma pur passandoci davanti tutti i giorni per andare a scuola non avevo idea di come si potessero trasportare i massi lungo quel braccio di ferro).
Ho assistito alla nascita di un albero di limoni. L’ho visto spuntare dalla terra come un fragilissimo stelo con due foglioline e diventare pian piano un piccolo alberello. Mi sono affezionata a lui al punto da restare sinceramente dispiaciuta quando il vento lo ha spezzato.
Ho trovato il coraggio di accarezzare un bruco e ho scoperto che non è viscido, al contrario, è piacevolmente liscio e gommoso.
E la lista potrebbe continuare: ho piantato della menta e mentre aspetto che germogli imparo a danzare la pavana e ripeto filosofia perché, al di là delle interrogazioni, ho sempre desiderato approfondire la materia.
Torno spesso ai piccoli vasi sul davanzale della finestra, parlo con i miei germogli e li accarezzo: al contrario di quel che si dice, non è una perdita di tempo guardare l’erba crescere, c’è qualcosa di poetico, è una vera e propria arte che richiede pazienza, curiosità e spirito di osservazione.

Non voglio affermare che gli anni di scuola siano stati inutili, al contrario: hanno stimolato la mia curiosità e aperto la mia mente verso argomenti e questioni di cui non sospettavo nemmeno l’esistenza, eppure c’è qualcosa di profondamente vero in una delle più belle frasi di Oscar Wilde “Niente di ciò che valga la pena conoscere può essere insegnato”.