lunedì 7 settembre 2015

Dai diamanti non nasce niente...

Mi piace come scrive Balzac; preciso, accurato, dettagliato, elegante. In una parola: realista.

Più che scrivere, dipinge un quadro e vi soffia dentro la vita, e le sue figure, dame ottocentesche che abitano eleganti interni o umili dagli occhi di brace, prendono vita e si muovono sulla tela.
I suoi libri si leggono quasi senza sforzo, le loro trame si dipanano con leggerezza in un crescendo di affreschi, oli, bronzi che si raccontano da sé.
Eppure qualcosa nei libri di Balzac mi lascia sempre perplessa.

Balzac divide, seppur giustificandone le azioni, i suoi personaggi in due tipi: buoni e cattivi. Nessuno di essi si muove tra bene e male, ognuno agisce per orgoglio, per bontà, per vendetta o gentilezza, ma senza sfumature, e fin qui niente di strano.

La singolarità sta nel fatto che Balzac sembra si diverta a rovesciare gli effetti delle azioni da essi compiute.
Non devo certo dilungarmi sulla teoria della causa-effetto: semplicemente si compie un’azione, buona o cattiva, e se ne raccoglie la conseguenza; generalmente, se si è seminato male, si raccoglie gramigna, se si è seminato bene, si raccoglie grano.
Nella sua cinica (no, non voglio ammettere che sia reale. Forse realistica ma mai reale, sono ancora troppo giovane per arrendermi a questo) visione del mondo, Balzac inverte gli effetti della semina.

Sconvolge il lettore con l’idea che un padre affettuoso come Goriot possa aver viziato le figlie al punto da lasciarlo morire in miseria e solitudine e che, al contrario, un padre freddo e avaro come Grandet, possa aver salvato la figlia da una vita infelice con un cacciatore di dote.
Lo stesso sviluppo mi ha colpito in una recente lettura, “La cugina Bette”.
Bette è una donna avvezza al lavoro e all’umiliazione; sin da bambina è stata sacrificata agli interessi della cugina Adeline, al punto che ora nutre per essa un odio profondo. Lo cova di nascosto: tisica com’è, forse la rabbia è l’unica cosa a tenerla ancora in piedi.
Bette medita vendetta, la programma lucidamente in ogni machiavellico dettaglio, semina zizzania, prosciuga conti, distrugge famiglie; il suo piano è perfetto. Talmente perfetto che non solo finisce per creare del bene ma addirittura dopo la sua morte (compianta da tutti!) ogni cosa torna nel caos originario e la famiglia di Adeline, che da Bette aveva tutto da temere, senza di lei si sfalda.
Il dittico dei parenti poveri contempla un altro cugino, Pons. Al contrario di Bette, Pons ci viene descritto come uomo mite, amante dell’arte e con la sola debolezza della buona cucina.
Non ha mai fatto del male a nessuno, Pons, al contrario, ha restituito sempre umiliazioni con atti di generosità, certo che prima o dopo il bene venga sempre ricambiato.
E con lui il suo amico Schmücke, di una bontà tanto perfetta da essere scambiata per idiozia (curiosa faccenda, sempre la sola semplicità viene scambiata per stupidità).
Ebbene Pons, che nonostante la sua passione per l’arte non ha risorse, non solo viene respinto da quella famiglia che dei mezzi non deve preoccuparsi ma anche viene da essa spogliato di quel che ha, roba agli occhi di Pons talmente bella che non si è mai preoccupato di coglierne il valore venale.
Non contenti di averlo portato alla morte, essi riescono a spogliare anche Schmücke, quell’amico che non voleva niente per sé, e che anzi era deciso a condividere il poco che aveva.

Favole al contrario: i buoni perdono e i cattivi vincono in un modo bizzarro che mi ricorda quel testo di De André “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.
Che con tanta amarezza Balzac volesse semplicemente consolarci per i nostri umani errori?