lunedì 28 settembre 2015

Il paradiso perduto

In principio era lo sciamano: sembra che fosse proprio lui a tracciare sulle pareti delle grotte graffiti rupestri per propiziare la caccia. Si è ipotizzato anche che quei graffiti fossero accompagnati da canti rituali eseguiti davanti alla tribù.
Lo sciamano, in questo senso, assumeva valore di un vero e proprio artista della comunità come tale, forse, non aveva bisogno di andare a caccia. In un certo senso, viveva della sua arte.
Un po’ come gli aedi, povera gente si dice, che girava per corti e abitazioni private per tramandare liriche imparate a memoria o inventate.

Come il trovatore, se vogliamo, o anche il letterato di corte che, in un periodo in cui la cultura era elitaria (un poeta elisabettiano non avrebbe mai potuto vendere migliaia di copie di un suo scritto, semplicemente perché la maggioranza della popolazione allora era analfabeta) poteva sopravvivere solo grazie alla benevolenza di nobili o facoltosi protettori.
È proprio questa protezione, quasi una schiavitù artistica, a far sì che qualcosa si spezzi.


Succede proprio nel ‘500 e Ariosto lo descrive benissimo nella sua satira “A messer Annibale Malagucio”, dove protezione artistica diventa una “Soma”.

“Poi che, Annibale, intendere vuoi come
la fo col duca Alfonso, e s'io mi sento
più grave o men de le mutate some;
perché, s'anco di questo mi lamento,
tu mi dirai c'ho il guidalesco rotto
o ch'io son di natura un rozzon lento:
senza molto pensar, dirò di botto
che un peso e l'altro ugualmente mi spiace,
e fòra meglio a nessuno esser sotto.”

Quel che nei tempi antichi e nel Medioevo era definito mecenatismo, per Ariosto smanioso di indipendenza, diventa una gabbia.

“Mal può durar il rosignuolo in gabbia,
più vi sta il gardelino, e più il fanello;
la rondine in un dì vi mor di rabbia.”

L’artista deve essere libero di comporre quello che vuole e quando gli piace, non un burattino al servizio di un committente pagante.
La rottura si fa profonda quando l’artista scopre che il mecenate, che tanta stima ha dimostrato nei suoi confronti, può tradirlo: è il caso di Tasso, che finisce i suoi giorni nell'amarezza del tradimento degli Este, che lo hanno imprigionato a Sant'Anna, alla stregua di un pazzo.
Un’insofferenza intellettuale tipica del secolo, si direbbe, perché più o meno nello stesso periodo Michelangelo Buonarroti litiga un giorno sì e l’altro pure con Papa Giulio II, rivendicando un’autonomia artistica che, di fatto, ancora non esiste.
Michelangelo era un’anima ribelle, è risaputo; se da Vinci e Machiavelli si adattavano alla Corte, la amavano fino al punto di volerla in un certo modo indirizzare al meglio, come Machiavelli fa col principe Valentino (a cui dedica anche un saggio sul governo), Ariosto e Michelangelo dimostrano il proprio desiderio di libertà a qualsiasi costo.
Qui il giogo artistico riceve il primo duro colpo: l’artista è per natura libero, non può sottostare ai capricci di una corte.
Il mecenatismo però non muore, si adatta: re, regine e chi ne ha i mezzi continuano a proteggere le arti eppure si rendono conto che l’artista, sempre più solitario e autonomo, gli sta sfuggendo di mano.
Non di rado i nobili più in vista devono provvede contro le dure satire che di scrittori e incisori. La duchessa del Devon, Madame de Pompadour, MariaAntonietta, solo per fare alcuni dei nomi più celebri, hanno sperimentato sulla propria pelle quanto la libertà di parola (seppur limitata) degli artisti possa essere mordace.
È dopo la rivoluzione francese che gli artisti scoprono quanto il panorama è cambiato: nell'Ottocento la borghesia, per quanto imiti i costumi nobiliari, si guarda bene dal proteggere gli artisti.
Proliferano circoli e salotti ma le Corti, quelle vere, sono scomparse, e l’artista deve vivere con i propri mezzi.
Nasce la figura del bohémien, l’artista squattrinato, così ben descritta nell’Opera di Giacomo Puccini: l’artista che sia scrittore, poeta, pittore, ha di che sopravvivere solo se incontra i gusti del pubblico, la borghesia, appunto, che decreta da sé quel che le piace.
Vi invito a vedere davvero il video che segue. Anche se con ironia, i bohémien protagonisti comprendono pienamente quale sia la differenza tra un artista riuscito o uno che deve nutrirsi di sogni. È un principio amaro (anche se strappa qualche sorriso) che introduce perfettamente il quadro dell’opera.


Marcello Questo Mar Rosso - mi ammollisce e assidera 
                 come se addosso - mi piovesse in stille. 
                 Per vendicarmi, affogo un Faraon! 
                Che fai?
Rodolfo  Nei cieli bigi 
                guardo fumar dai mille 
                comignoli Parigi 
                e penso a quel poltrone 
                di un vecchio caminetto ingannatore 
                che vive in ozio come un gran signore.
Marcello Le sue rendite oneste 
                da un pezzo non riceve.
Rodolfo Quelle sciocche foreste 
               che fan sotto la neve?
Marcello Rodolfo, io voglio dirti un mio pensier profondo: 
                ho un freddo cane.
Rodolfo Ed io, Marcel, non ti nascondo 
               che non credo al sudore della fronte.
Marcello Ho diacciate 
                le dita quasi ancora le tenessi immollate 
                giù in quella gran ghiacciaia che è il cuore di Musetta... 
Rodolfo L'amore è un caminetto che sciupa troppo...
Marcello ... e in fretta!
Rodolfo ... dove l'uomo è fascina...
Marcello ... e la donna è l'alare...
Rodolfo ... l'una brucia in un soffio...
Marcello ... e l'altro sta a guardare.
Rodolfo Ma intanto qui si gela...
Marcello ... e si muore d'inedia!...
Rodolfo Fuoco ci vuole...
Marcello Aspetta... sacrifichiam la sedia! 
Rodolfo Eureka! 
Marcello Trovasti?
Rodolfo Sì. Aguzza 
               l'ingegno. L'idea vampi in fiamma.
Marcello Bruciamo il Mar Rosso?
Rodolfo No. Puzza la tela dipinta. Il mio dramma, 
               I'ardente mio dramma ci scaldi.
Marcello Vuoi leggerlo forse? Mi geli.
Rodolfo No, in cener la carta si sfaldi 
               e l'estro rivoli ai suoi cieli. 
               Al secol gran danno minaccia... 
               E Roma in periglio...
Marcello Gran cor!
Rodolfo A te l'atto primo.
Marcello Qua.
Rodolfo Straccia.
Marcello Accendi. 
Rodolfo e Marcello Che lieto baglior! 
Colline Già dell'Apocalisse appariscono i segni. 
              In giorno di vigilia non si accettano pegni! 
              Una fiammata!
Rodolfo Zitto, si dà il mio dramma.
Marcello ... al fuoco.
Colline Lo trovo scintillante.
Rodolfo Vivo. 
Colline Ma dura poco.
Rodolfo La brevità, gran pregio.
Colline Autore, a me la sedia.
Marcello Presto. Questi intermezzi fan morire d'inedia.
Rodolfo Atto secondo.
Marcello Non far sussurro. 
Colline Pensier profondo!
Marcello Giusto color!
Rodolfo In quell'azzurro - guizzo languente 
               Sfuma un'ardente - scena d'amor.
Colline Scoppietta un foglio.
Marcello Là c'eran baci!
Rodolfo Tre atti or voglio - d'un colpo udir. 
Colline Tal degli audaci - I'idea s'integra.
Tutti Bello in allegra - vampa svanir. 
Marcello Oh! Dio... già s'abbassa la fiamma.
Colline Che vano, che fragile dramma!
Marcello Già scricchiola, increspasi, muore.
Colline e Marcello Abbasso, abbasso l'autore.


Qualche originale resiste ancora, sia chiaro: fino agli anni ‘70 del ‘900 si incontrano figure come Peggy Guggenheim, amica degli artisti e protettrice delle arti, ma la guerra ha mutato gli equilibri.
È nato il fenomeno della cultura di massa capace, con inspiegabili mezzi, di rendere un “Cult” o un “Flop” ogni produzione.
L'artista ha ottenuto la propria libertà d'espressione rinunciando ai privilegi di una vita "Protetta" da una rendita garantita.
L'usignolo dell' Ariosto è libero, ora: ma a che prezzo?



Tasso legge la Gerusalemme liberata a Eleonora d'Este