venerdì 10 giugno 2016

Dammi tre parole: amore, amicizia, assurdità.

Vorremmo che il nostro autore preferito non ci deludesse mai.
Lo immaginiamo come un Mozart della penna, capace di scrivere, bene, anche a quattro anni, con il quello stile inconfondibile che ci ha fatto innamorare di lui.
È per questo che chiudiamo gli occhi sul passato e, anche se divorati dalla curiosità, stiamo lontani dai suoi appunti segreti, se è ancora in vita stiamo lontani da lui, insomma, facciamo di tutto per tenerlo lontano, nella sua mitica sfera semi-divina creata dalla nostra immaginazione.
Talvolta preferiamo anche evitare di leggere la sua biografia: via, eliminiamo il problema alla radice.
Eppure non possiamo farci niente, prima o poi la bolla scoppia.
Una delle mie bolle è scoppiata qualche giorno fa: ho avuto la malaugurata idea di leggere gli juvenilia* di Jane Austen, ossia i racconti di gioventù dell’autrice.
Del resto, non si comincia subito scrivendo grandi romanzi, bisogna “Scaldare la penna”, impratichirsi, maturare.

La storia di questi brevi racconti è più o meno nota: scritti tra i tredici e i diciotto anni, erano destinati a un pubblico ristretto di famigliari, i quali, morta l’autrice,erano contrari alla pubblicazione.
E una ragione probabilmente l’avevano.

Ecco, ora a caldo sono amareggiata e forse i miei toni vi avranno spaventato. A volte sono così melodrammatica! 

Voglio rassicurarvi: non sono illeggibili, anzi, per certi versi sono davvero interessanti.
Ma non sono i romanzi brillanti a cui siamo abituati.
Sono racconti in cui si fa largo uso della famosa ironia della grande autrice fino al limite dell’assurdo: parenti scomparsi e ritrovati, madri che dimenticano di avere figli appena partoriti per ricordarsene dopo anni, una sequela di incidenti e morti raccontate con leggerezza e con la stessa leggerezza dimenticati, amori scoppiati e celebrati senza cognizione di causa nel giro di poche ore.
Lo stile è ancora acerbo, frettoloso, a volte poco accurato, le trame si infittiscono solo per mezzo di accentuati nonsense: è qualcosa di molto lontano dalla cautela di cui l’autrice fa sfoggio nelle sue opere mature.
E tuttavia qualcosa di buono c’è.
Dal primo all'ultimo (disposti in ordine cronologico) si nota un evidente affinamento delle capacità dell’autrice. I nonsense scompaiono, l’ironia, prima gettata in faccia al lettore, viene giocosamente mascherata, i toni si fanno moderati e anche le semplici descrizioni, all'inizio frettolose per non dire inesistenti, si modellano nello stile tipico dell’autrice, capace di racchiudere in una sola riga la moda, la bellezza e l’approvazione (o la disapprovazione) di quei canoni.
È divertente inoltre notare come non solo alcuni nomi siano poi stati riciclati (Emma, Willoughby, Marianne) ma anche come interi personaggi fossero già al loro posto, pronti a fare la loro comparsa sulla scena dei suoi più grandi romanzi.
Mentre scrivo questo post, in effetti, mi rendo conto che sono le ragioni per leggere questi racconti giovanili sono tante e valide come quelle per non leggerle.
Del resto, anche se precocemente, anche Mozart avrà strimpellato qualche sciocco motivetto al pianoforte, no?


A questo proposito vorrei rassicurarvi: non credo che raggiungerò mai la caratura di Jane Austen ma, nel caso, tendo a bruciare (proprio bruciare, buttare nel fuoco: il cassonetto non è abbastanza sicuro) tutto ciò che scrivo dopo qualche anno dalla stesura. Sono riuscita a scovare, con i capelli dritti, l’ultimo dei miei vaneggiamenti adolescenziali solo qualche anno fa, salvato dalla mano incauta di mia madre. Lei lo aveva congelato, io l’ho incenerito (ah, come la vita passa da un estremo all'altro i pochi secondi!). Non correrete mai il rischio di leggerli.
Poi non dite che non ci tengo alla vostra salute.

*li trovate in diverse edizioni con nomi differenti, a volte anche in volumi singoli. Qualche esempio: