domenica 31 luglio 2016

Il marchio dell’infamia


Era successo quella mattina per la prima volta. Che sciocchezza, era accaduto non quella mattina ma appena qualche minuto fa. Quanto tempo era trascorso da quando era uscito da quell'ufficio? Dieci? Quindici minuti?

Forse stava così male perché era cosa recente, forse col tempo quel senso di disagio sarebbe scemato. 
Sapeva che sarebbe accaduto. ma si sa come vanno queste cose: ci pensi, immagini come sarà, ma in verità non sei mai davvero preparato, forse perché in fondo non ci credi davvero, ti aspetti sempre che capiti qualcosa all'ultimo minuto.
Maledetti film anni '90, ci hanno indotto a credere che alla fine, proprio all'ultimo momento, qualcosa cambierà.
Era arrabbiato. Con i film anni '90, con chi li aveva girati, con chi li aveva guardati, con tutti, passanti compresi, perché era anche colpa loro. 
Era colpa della società, che in questi casi vuol dire colpa di tutti, colpa di nessuno.
Lavoravano, loro, e chi non lo faceva, come quel ragazzino all'angolo con le gambe lunghe lunghe, si godeva le meritate vacanze.
Nessuno lo guardava, però era certo che tutti sapessero: lo sapeva anche quel vecchio compagno di scuola che aveva aperto un bar al lato della strada che stava percorrendo. Lo aveva attraversato con fare superbo, naso in aria, perché il marchio non si notasse. Fatica sprecata: erano in un piccolo paese, se anche non lo avesse notato, sarebbe venuto a saperlo da altri.
Sarebbe bastato così poco per renderlo manifesto: sarebbe bastato che una macchina lo investisse, così, e per identificarlo... beh, per forza di cose lo avrebbero visto. 
E allora chissà, probabilmente avrebbero perso interesse verso quella vita che se ne andava, avrebbero distolto lo sguardo come aveva già fatto il funzionario addetto ai marchi.
Questa è la caratteristica del marchio. Tu sai cosa sei e lo sanno anche gli altri, ma puoi fingere di non saperlo finché il marchio non lo certifica.
Tipico delle società burocratizzate: un uomo non è la sua essenza ma quello che il marchio vuole che sia.
Avrebbe voluto urlarlo in giro "può capitare a tutti, sapete? È un marchio, un banalissimo marchio, e ce l'ho per onestà”.
In effetti, avrebbe potuto anche mentire. Perché non lo aveva fatto? Chi avrebbe controllato?
Niente, stupidamente - vilmente, forse - non aveva pensato a mentire.
Faceva un caldo disperato, la strada era maledettamente lunga e noiosa. E lui non ne avrebbe viste altre, forse per tutta la sua vita. Perché chi ha il marchio non può viaggiare. Non che gli sia fisicamente impedito. Solo, non può.
Il sole gli bruciava sulla testa e la rabbia scottava dentro.
Strinse forte tra le dita quel cartoncino rosa come se volesse fargli provare il dolore che provava lui. 
Non resistette, lo guardò ancora una volta. 
DISOCCUPATO era scritto sulla sua carta d'identità. E ci sarebbe rimasto scritto per altri dieci anni.