venerdì 9 settembre 2016

Gruppo d'aiuto

Giacomo, è risaputo, è un bell’uomo: un fisico asciutto e atletico, occhi nocciola, molto grandi, e folti capelli castani.
Veste come un gentiluomo anni ’20: pantaloni, camicia sempre ben chiusa fino all’ultimo bottone – qualcuno ha supposto che ci fossero in lui le caratteristiche di una sindrome di asperger, ma sono solo dicerie da ignoranti, persone che non sanno cosa sia la precisione – ghette e scarpe sempre ben lucidate. Non manca mai di indossare il cappello, né di levarselo davanti a una signora. 
Per lui le donne sono tutte signore, anche la lavandaia all’angolo della sua strada (chissà perché lei gli sorride sempre così, tutte le mattine).

Questa mattina Giacomo deve uscire. Veramente non ne ha voglia, vorrebbe starsene a letto a pensare, ma il medico gli ha raccomandato di non saltare nemmeno un appuntamento, e Giacomo lo ha preso in parola. Si guarda allo specchio un’ultima volta, mette un fiore all’occhiello ed esce di casa.

La lavandaia gli sorride in quel modo come tutte le mattine; chissà cosa avrà da sorridere; forse Giacomo lo ha intuito, ma preferisce non approfondire, non si sa mai.
 Le vie sono trafficate ma Giacomo non ci fa caso. Cammina a testa bassa, un po’ sovrappensiero, ha tutta l’aria di un gentiluomo travagliato da un segreto e se poteste guardarlo negli occhi, notereste che è profondamente triste.

Finalmente Giacomo arriva al club – si rifiuta di chiamarlo centro – ed entra: la conversazione è già accesa, ed è meglio così. Oggi non ha proprio voglia di parlare. Nemmeno di ascoltare, ma quello è inevitabile.
In tutta onestà, è convinto che la terapia non stia funzionando.

Giacomo si accascia su una sedia e ascolta: sta parlando Gloria, una fanciulla smunta, piccolina, abbandonata anche dai colori. Capelli biondi, occhi acquosi, sempre vestita come un’educanda o una bambina.
Non diresti mai che in quella cosina possa esserci tanta voce, e neppure così acuta, eppure le sue grida furiose ora riempiono la stanza.

«… e mi ha detto “Tisi, non c’è più niente da fare”, col suo tono da becchino! E allora io ho detto “La mamma si è rovinata per mandarmi in Grecia”, e non avete idea – no, non avete proprio idea – di come mi sia annoiata! E allora lui ha detto “Purtroppo la medicina non è ancora capace di prevedere gli sviluppi di una simile malattia in una creaturina” – creaturina, ha detto! » strillò così forte che i compagni seduti a due sedie di distanza si coprirono d’istinto le orecchie «“In una creaturina come voi!” E io ho risposto “Al diavolo la medicina e tutti i cavasangue di questo putrido pianeta! Me l’aveva promesso!” Mi aveva detto che se avessi trascorso due mesi – due mesi! -» urlò all’improvviso «A Creta, mi avrebbe fatto guarire! E cosa credete che sia successo quando ho protestato? Niente! Non ha nemmeno provato a spiegare! Mi ha messa a tacere e di lì a poco mi sono sentita rispondere con una vocina stupida “Vi ringrazio signor dottore, avete fatto quel che era possibile per il mio caso, vi sarò grata… per tutta la vita”. Ha anche coraggio di scherzare, l’imbecille! Per tutta la vita! Quanto durerà ancora la mia vita? E poi io lo odio quel dottore. Dottore! Non ha fatto altro che dissanguarmi e impiastrarmi e ho ingurgitato cose…»
«Molto bene, Gloria, grazie per il tuo contributo. Calmati ora, ricorda il tuo stato» tenta di placarla l’assistente.
«Il mio stato…!» con un ultimo strillo Gloria siede, disperata.

Giacomo scuote la testa: sempre così, nient’altro che truffe. Cosa sarebbe costato far guarire la povera Gloria? E invece presto la sua sedia sarebbe rimasta vuota…
«Chi vuol prendere la parola adesso?» l’assistente guarda il circolo.
Giacomo tenta di farsi piccolo piccolo, e finalmente alza un uomo muscoloso.
«Ciao a tutti, sono Antonio…»
«Ciao Antonio» esclama in coro l’assemblea.
«Come qualcuno di voi saprà, l’estate scorsa ero a Cantù…»
Giacomo tenta di estraniarsi, ma la voce di Antonio, grossa quanto il suo proprietario, gli penetra nel cervello: tutto sembrava essersi risolto per Antonio. Tornato a casa dopo l’ultima missione, aveva finalmente chiesto in sposa la biologa del reparto omicidi ma proprio sull’altare, una spia coreana aveva tentato di far saltare in aria la madre del cugino dello zio della sposa, già sopravvissuta a un attacco terroristico. Antonio era stato richiamato in servizio senza nemmeno poter pronunciare i voti nuziali, aveva viaggiato verso l’Oklahoma, dove si trovava la cellula terroristica diretta dal suo peggior nemico (creduto morto in un incidente atomico) su un aereo popolato da spacciatori e bambini in parti uguali. A terra aveva dovuto sventare una rapina a un treno, viaggiando, neanche a dirlo, sul tetto dello stesso. Dopo uno scontro all’ultimo sangue con il suo nemico, la sua agenzia lo aveva diretto in Cina, dove una vecchia minaccia stava riorganizzandosi, e durante il viaggio era riuscito a evitare un disastro ecologico con la forza dei suoi muscoli…
«E quando alla fine della missione sono tornato a casa, ho scoperto che Betty, quella che avrebbe dovuto essere mia moglie, era pronta a divulgare dati sensibili su un microfilm nascosto in un panino che ha preparato per il suo nipotino che ora è in viaggio per la Russia…» la voce di Antonio si spezza. L’omaccione si copre il volto con le mani sedendosi lentamente «Sono così stanco!» singhiozza.

In realtà Antonio non ha mai amato la vita d’azione: la sua passione è la filatelia ma nessuno gli ha mai dato ascolto.
«E io allora?» salta su Viola, una donna d’altri tempi, intelligente, pratica, bellissima «Sposata da dieci anni – dieci, signori! –» si guarda intorno con il mento alzato, orgogliosa «con un uomo violento. Tutti riconoscono la mia intelligenza. Sono stata una delle prime donne a laurearsi! E che figura mi fanno fare? Alla mercé di quell’ometto, come se non avessi un cervello. Ma the show must go on, dicono» siede rigidamente, facendo dondolare le lunghe piume del suo cappello.

«Io sono diventato pazzo per una sgualdrina. Un eroe come me!» urla un omone con la cotta, in un angolo, rischiando di fracassare la sedia accanto con lo spadone. A vederlo, sembra che Orlando non abbia mai recuperato davvero la ragione.
«Signori, signori, con ordine!» prova a intervenire l’assistente allarmata.

«Noi non riusciamo a stare un momento in pace» interviene con voce sottile una fanciulla lì accanto. Lei e il suo giovane sposo romano si stringono forte una mano, come temendo che una nuova disgrazia possa separarli ancora.
«Dovremmo far provare a loro quel che tocca a noi…» si alza una voce lamentosa.
«Sì, una tormentata storia d’amore!» interviene la piccola romana.
«Io ho rischiato di finire sotto un tram!» grida un ometto isterico. La sua storia è nota a tutti, quel fascio di nervi non fa che ripeterla, parola per parola, a ogni seduta.

Le urla si placano: tutti ricordano in silenzio Charlotte, che sotto un tram ci è morta.
«E tu, Giacomo?» l’assistente lo guarda comprensiva «Sei così silenzioso, oggi»

Giacomo vede tutte le facce voltarsi verso di lui e notare il suo pallore. Si schiarisce la voce, tentando di darsi un contegno, ma i suoi occhi sono ancora spaventati, il respiro è come interrotto.
«Io…» gracchia «Per me…» le gambe gli cedono, Giacomo siede, si passa una mano tra i capelli 

«Scriverà un sequel».