domenica 30 ottobre 2016

Soffiate più forte

Un bel po’ di tempo fa, ho compiuto un atto sconsiderato.
Io e tanti altri, parenti, conoscenti, compagni di classe, eravamo su un aereo, diretti verso un posto a detta di tutti bellissimo, ma che a me non piaceva.
Nel senso comune, sono un’incontentabile. In realtà, ho solo interessi diversi dagli appartenenti alla mia cerchia.
Vi chiederete cosa ci facessi su quell’aereo, se la destinazione non mi piaceva.
Non è semplice: mi ritrovavo in un tale pigia-pigia, all’aeroporto, che prendere quell’aereo mi sembrava (forse era davvero, chissà) l’unica soluzione sensata.
E poi, anche se fingevo di esserne inconsapevole, sapevo già che lo avrei fatto. Ebbene sì.
Sono saltata.
Al grido di “Posso volare!” ho agganciato un paracadute e mi sono lanciata nel vuoto.
Non so esattamente cosa non abbia funzionato: come in un brutto sogno, a un certo punto mi sono accorta di avere solo ali piccole e deboli, come quelle dei putti nei dipinti. Ho tirato la corda del paracadute, ma non si è aperto.
È stato il panico: non quello agitato di questi casi. Semplicemente, mi sono lasciata cadere.
Non è stata un’azione dettata dal buonsenso: non ho pensato a rallentare la caduta offrendo più superficie possibile all’aria per cercare di sostenermi in attesa dei soccorsi. Volevo solo anestetizzare tutto, possibilmente addormentarmi.
Guardavo rassegnata la terra che si avvicinava e mentre mi assopivo continuavo a concepire incubi: nel più comune, i miei compagni di viaggio, ormai atterrati e stesi al sole, ridevano di me.
Allora mi sono arrabbiata: non mi importava che ridessero di me; ero furiosa perché sapevo che se fossi riuscita a dimostrare le mie teorie di volo, non solo mi avrebbero esaltato, ma anche seguita.
Avevo fatto quel che loro desideravano ma non avevano osato fare.
Sempre così con i folli: geniali quando ci riescono, stupidi quando falliscono. Il coraggio generale non viene riconosciuto mai.
È stata quell’idea a farmi muovere le alucce. Piccole e deboli, ma pur sempre ali.
E poi, giù sulla terra, qualcuno ha cominciato a soffiare per tentare di tenermi in aria.
Piccoli soffi, è vero, ma tanto è bastato: la teoria dei bombi che non possono volare è falsa, lo sapete? È un mito scientifico da salotto, un qui pro quo per far parlare la gente.
E allora, se un bombo può volare e un putto tenersi in aria, perché io no?
Per ora rallento la caduta con le mie piccole ali e con l’aiuto di chi sta soffiando da terra.
Mi auguro di imparare a volare il prima possibile.
Intanto, dovrei domandarvi un favore: quando ve lo chiederò, potreste soffiare per me?
Forte forte o con leggerezza, secondo le vostre possibilità.
In cambio, vi prometto che non vi darò uno di quegli odiosi nomi collettivi che vanno tanto di moda.

Nessuno oserà dire che siete solo dei “Soffioni”. E quando riuscirò davvero a volare, farò fare un giro anche a voi.