domenica 21 maggio 2017

Sulla televisizzazione del romanzo


In un recente progetto per il blog di Serenella, ho usato il termine “Volgare” per definire i romanzi di King. Ebbene, mi cospargo il capo di cenere e domando perdono. Ribadisco: non intendevo propriamente “Volgari” ma (sì, anche stavolta con tragico ritardo ho trovato un aggettivo appropriato anche se non esattamente calzante) “Forti”.
Lo confesso: ho uno stomaco troppo delicato per certi particolari: insistere su dettagli sanguinolenti e alito cattivo dei personaggi (come capita in Misery, la mia prima lettura di King) è il mezzo più sicuro per farmi diventare verde per la nausea.
In realtà è una vera seccatura, perché spesso romanzi davvero interessanti vengono da me ignorati o detestati proprio per questa caratteristica e sin dai tempi della scuola il mio eccesso di “Impressionabilità” è stato oggetto di critiche.
Decisamente, il realismo non fa per me: preferisco le atmosfere ovattate, i non detti, i sottointesi (credetemi, spesso un buon sottointeso può essere ben più disturbante di una scena cruda: non c’è niente di più scatenato di una fantasia paurosa persa a immaginare dettagli orribili).
Eppure, sembra che in generale il pubblico apprezzi il realismo esasperato.
Ciò mi ha dato da pensare riguardo a un libriccino che ho letto un po’ di tempo fa: “Cattiva maestra televisione” è un’analisi breve dell’influenza che ha la tv sullo spettatore, specie su quello nell’età della formazione.
La mole di violenza “Banalizzata” che passa in tv tende a desendibilizzare il pubblico. Non avevo mai notato (sintomo di desensibilizzazione anche questo) come anche cartoni animati innocui banalizzino la violenza fino a farne uno spettacolo quotidiano.
Agli occhi di un bambino, sostiene il libro, il messaggio di una semplice puntata di “Tom e Jerry” è semplice: dar fuoco al gatto, batterlo con la scopa, sono azioni lecite e divertenti, prive di conseguenze. Ma se quel gatto fosse vero?
Sin dalla più tenera età i bambini vengono desensibilizzati, per gradi, alla violenza. Quando il piccolo spettatore sarà in grado di discernere tra Tom e un gatto vero, il processo sarà già avviato. Senza un’ adeguata cultura dello spettacolo (il concetto non è censurare “Tom e Jerry” ma formare nel piccolo spettatore una capacità critica che gli consenta di distinguere il vero dallo spettacolo: in fin dei conti, a seguito di gravi traumi, Tom se la cava sempre con blande fasciature che spariscono nell’inquadratura seguente) il ragazzino passerà a spettacoli sempre più violenti, ignaro della spirale discendente in cui si è cacciato.
Leggendo questa analisi, mi è venuto in mente un episodio personale, quando a scuola mi sono rifiutata di vedere un film violento. Il trailer mi era stato sufficiente. Eppure le battutine che ho dovuto tollerare a causa della mia diserzione mi hanno fatto sentire molto stupida. Mi sono chiesta: ma sono la sola a non tollerare questo genere di spettacoli?
Avete mai visto un film degli anni ’50? Il modo assurdo in cui gli attori muoiono con un “AH!” e cadendo dritti per terra? Tanto bastava a uno spettatore dell’epoca per capire, forse anche per restare impressionato: c’era della morte, della sofferenza, non era necessario aggiungere particolari.
Lo spettatore di oggi, invece, resta indifferente davanti a vittime mutilate che si dibattono in pozze di sangue.
Ecco, non so come, ma io ho conservato tutta la mia impressionabilità a questo genere di scene (mi è costato un po’ anche scriverne, figuriamoci).
Attenzione, non colpevolizzo chi ha una buona dose di coraggio per sopportare questi spettacoli: ognuno di noi esorcizza a suo modo le proprie paure.
Quel che intendo è porre l’accento sul mutamento che hanno subito il gusto e la sensibilità dello spettatore.
Così è anche per i libri: salvo rare eccezioni, dai libri classici a oggi si nota un consistente aumento di aggressività, realismo, direi quasi elettricità nelle pagine, e non solo nelle scene descritte, ma nel modo stesso di descriverle, con parole intrise di violenza, senza mezzi termini.
Il lettore di oggi vuole guardare un film anche mentre legge. Se nell’800 ampio spazio era dedicato a pensieri, considerazioni, descrizioni e teorie (vigeva  il pregiudizio contrario a quello che stigmatizza molti romanzi contemporanei), un libro di oggi dev’essere svelto, agile, tagliente, movimentato.
I personaggi di oggi fanno, dicono, corrono, saltano, urlano. Sembrano quasi tutti isterici. Anche i pensieri spesso sono resi in forme brevi, veloci come lampi, informi come i pre-pensieri tipici del flusso di coscienza.
Anche in questo caso, non intendo biasimare il gusto per la veloce narrativa contemporanea. Del resto ognuno ha i propri gusti.
Però ho la sensazione che questa mania per l’agilità stia uccidendo la letteratura.
È lecito pretendere che il post di un blog sia rapido (ci sto provando, lo giuro), che un articolo di giornale sia preciso ed esaustivo (bizzarro, al giornalismo sta accadendo il contrario di quel che succede alla narrativa. Sarà il caso di tornare a pubblicare romanzi a puntate?). Quel che vorrei è che il lettore ritrovasse il piacere di analizzare i pensieri di un personaggio, di leggere un solo libro per settimane intere, gustarlo lentamente e magari anche pensare “Sì, ma quanto la fa lunga”.
È un toccasana anche per lo stress e se siete tipi tutta adrenalina, posso assicurarvi che anche un libro tutto pizzi e merletti può nascondere sistemi taglienti come un romanzo contemporaneo. Del resto, ci sarà una ragione se i classici non sono ancora passati di moda, no?

Karl R. Popper
John Condry
Cattiva maestra televisione
Marsilio editore, 2002